Enrico Baj tra apocalisse e gioco: la rivolta creativa di un artista poliedrico
Nel centenario della nascita, emerge il ritratto di un intellettuale che trasformò l'orrore nucleare in ironia dissacrante.
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Enrico Baj non fu semplicemente pittore. La sua figura si distende attraverso manifesti, riviste, scritti e movimenti artistici che attraversano il Novecento italiano, contrassegnati da un'oscillazione costante tra impegno civile e rifiuto della serietà. Un nuovo catalogo e un'enciclopedia biografica pubblicati in occasione del suo centenario restituiscono la complessità di un creatore che intese l'arte come strumento di libertà critica e demistificazione.
Dalla paura nucleare al rovesciamento ironico
L’esperienza formativa di Baj avvenne sotto il segno dell’angoscia atomica. Nei primi anni Cinquanta, insieme a Sergio Dangelo e altri artisti, Baj elaborò un’iconografia che rappresentava l’uomo post-Hiroshima come figura modificata, ricondotta a uno stadio primordiale. Il movimento nucleare (così nominato) si opponeva all’astrazione, rivendicando invece «riferimenti umani e attuali» che l’arte non potesse eludere. Eppure intorno al 1957 accadde qualcosa di inatteso: l’artista scoprì che il comico poteva diventare accesso possibile al tragico. Questa conversione non fu abbandono dei temi iniziali, ma loro rovesciamento. Come ricordò lo scrittore Edoardo Sanguineti, amico e collaboratore dell’artista, il cambiamento assomigliava al «miracolo» di cui parlava Kandinskij: un dipinto visto per caso alla rovescia rivela bellezze insospettate. Così Baj iniziò a dipingere, per così dire, a testa in giù.
L’eredità di Duchamp e la patafisica
In questi anni parigini Baj si avvicinò a maestri della sovversione: Dubuffet, Max Ernst, e soprattutto Marcel Duchamp, il cui studio francese l’artista stesso erediterà. Nel 1962 aderì al Collège de Pataphysique, disciplina che celebra l’assurdo e l’eccezione. Questo approccio trovò espressione nelle sue opere attraverso l’uso sistematico di materiali considerati volgari o obsoleti: passamaneria, frammenti di uniformi, elementi del perbenismo borghese. Questi scarti venivano simultaneamente derisi e vezzeggiati, secondo «un’ambivalenza affettiva» che caratterizzava il suo lavoro. Dalla patafisica derivò anche la pratica di ridefinire se stesso attraverso linguaggi enciclopedici ironici, genere nel quale Baj si cimentò a più riprese.
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L’armata dei personaggi
Nella sua riflessione teorica Baj teorizzava la resistenza al sistema attraverso l’immobilità strategica: non agire per non offrire al potere la soddisfazione del conflitto diretto. Invece, le armi da preferire erano di ordine psicologico: la satira, l’ironia, la provocazione intellettuale. Questi principi si incarnavano nei suoi dipinti attraverso una popolazione fitta di personaggi singolari, figure deformate, generali parodici, uomini modificati. Nel suo studio-laboratorio l’artista comandava, come ebbe a dire, un’armata di volontari invisibili: i suoi stessi personaggi diventavano strumenti di critica e di libertà.
Una pratica poliedrica
Ciò che rende difficile l’inquadramento di Baj è la sua natura dispersiva. Non scelse mai un unico mezzo espressivo. Dipinse, pubblicò riviste, scrisse manifesti e testi teorici, partecipò a collettivi e movimenti, si fotografò in costumi provocatori. Questo eclettismo metodico rispondeva a una convinzione profonda: l’arte doveva fare qualcosa, doveva significare qualcosa, soprattutto doveva incarnare la «libertà di spirito, di critica, di demistificazione». La sua stessa pratica autobiografica—dai frammenti inclusi in Autodamé, raccolta curata come collage di scritti ironici, sino ai dizionari enciclopedici compilati in prima persona—testimonia di un artista che volle essere contemporaneamente creatore, critico e soggetto del racconto.