Armi e soldi verdi: come la finanza sostenibile finanzia la guerra
Un'inchiesta svela il meccanismo attraverso cui i fondi etici europei investono massicciamente nell'industria bellica
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Miliardi di investimenti etichettati come "sostenibili" convergono verso i maggiori produttori di armamenti mondiali. Una ricostruzione del 2025 mostra come le istituzioni europee abbiano progressivamente incorporato il settore della difesa nel perimetro della finanza verde, con conseguenze dirette sui risparmiatori e sugli scenari di conflitto globale.
La reclassificazione della difesa come sostenibile
La Commissione europea ha ampliato significativamente il concetto di sostenibilità fino a includervi settori tradizionalmente esclusi da logiche etiche, come la produzione di armi e la sicurezza. Attraverso documenti strategici e incontri ufficiali, le istituzioni comunitarie hanno creato le condizioni normative affinché i fondi disciplinati dal Regolamento europeo sulla sostenibilità finanziaria (Sfdr, in vigore dal 2021) potessero allocare capitale verso l’industria bellica. Questa operazione ha aperto l’accesso a un segmento di mercato che gestisce complessivamente settemila miliardi di euro, secondo i dati Morningstar.
Numeri in espansione
La crescita è accelerata drammaticamente tra il 2021 e il 2025. Gli investimenti “verdi” rivolti al comparto difesa sono saliti da 14,5 a 49,8 miliardi di euro in appena quattro anni, triplicandosi. Nel solo anno tra il 2024 e il 2025 la quota ha subito un raddoppiamento, come rivela l’analisi dei dati della London Stock Exchange Group. L’inchiesta coordinata da Voxeurop in collaborazione con IrpiMedia, Mediapart ed El Pais ha esaminato 118 società della difesa quotate in borsa e 3.037 fondi che hanno inserito questi titoli nei portafogli sostenibili.
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Il valore di mercato complessivo di questi produttori di armamenti ha raggiunto i tremila miliardi di euro, equivalente al Pil francese nel 2024. Soltanto nel 2025, circa 769 fondi “verdi” hanno generato sette miliardi di euro in profitti da compravendite e dividendi.
Chi raccoglie il denaro
Tra i maggiori beneficiari figurano alcune fra le più grandi aziende belliche europee e mondiali. La francese Safran, produttrice di droni, ha raccolto 5,6 miliardi; la tedesca Rheinmetall, fabbricante di bombe, quattro miliardi. Seguono nella classifica la tedesca MTU Aero Engines, l’italiana Leonardo, il ramo olandese di Airbus, la francese Thales, la spagnola Indra, la svedese Saab, e le britanniche Rolls Royce e BAE Systems.
Anche Elbit Systems, principale produttore di armamenti israeliano, risulta oggi inserito in fondi di transizione climatica pur essendo direttamente coinvolto nella guerra a Gaza. Questa inclusione significa che «piccoli risparmiatori europei potrebbero essersi trovati a finanziare» conflitti attuali, come evidenzia l’inchiesta.
La resistenza e il silenzio
Non tutti hanno accettato questa reclassificazione passivamente. Durante il Forum sugli investimenti industriali nel settore della difesa dell’Ue del novembre 2024, Tommy Piemonte, esperto di finanza etica con esperienze bancarie nel settore sostenibile, ha sottoposto domande critiche sulla legittimità di etichettare l’industria bellica come sostenibile. Per questo è stato espulso dall’evento.
Andrea Baranes, presidente della Fondazione Finanza Etica e presente al medesimo incontro, ha sintetizzato l’incongruenza affermando: «È un tentativo esplicito di dimostrare che la finanza sostenibile è compatibile con il settore della difesa». Secondo Nicola Koch dell’Osservatorio sulla Finanza Sostenibile, «i produttori di armi non dovrebbero rientrare nella definizione di investimenti sostenibili perché la funzione ultima dei loro prodotti è quella di ferire, distruggere o uccidere».