Lo sguardo ravvicinato di Bruce Gilden. Quando la fotografia diventa inquietante
Un'indagine sulla ricerca del perturbante nella street photography americana
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La fotografia di prossimità possiede una forza particolare: cattura dettagli che sfuggono allo sguardo quotidiano e rivela dimensioni nascoste nei volti. Nel lavoro di Bruce Gilden, questa pratica raggiunge un'intensità che disturba deliberatamente, trasformando l'atto dello scatto in un'esplorazione dei margini della normalità umana.
La letterale interpretazione di Capa
Bruce Gilden, fotografo autodidatta americano e già membro dell’agenzia Magnum, ha costruito una carriera attorno a un principio radicale. Prende alla lettera l’insegnamento del grande fotoreporter Robert Capa: «Se le tue fotografie non sono buone, vuol dire che non sei abbastanza vicino». Mentre Capa intendeva la prossimità al fatto che accade, Gilden la intende in senso letterale: vicino alle persone stesse. Sul marciapiede, nel mezzo della folla urbana, con il flash acceso, il fotografo riduce la distanza finché il volto non diventa il soggetto completo, intera e incontestabile. La prospettiva è sempre ravvicinata, mai distaccata.
Sin dalle prime immagini del 1969, in bianco e nero, questa metodologia risulta inequivocabile. Gilden fotografa corpi sulla spiaggia, dettagli di pelle, incarnati spesso esagerati nella loro dimensione fisica. Non esiste mediazione tra lo spettatore e il corpo ripreso: la carne, i segni del tempo, le deformazioni diventano evidenti, materiali, impossibili da ignorare.
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Dal bianco nero al colore, la ricerca del tipo umano
Il passaggio al colore non mitiga questo approccio; semmai lo amplifica. Gilden, secondo quanto emerge dagli studi critici, era attratto da figure che si discostano da convenzioni estetiche comuni. I suoi soggetti mostrano spesso caratteristiche borderline, drammatiche, attraversate da un’inquietudine non sempre determinabile. La domanda che sorge è se questi tratti appartengono veramente alle persone fotografate oppure se emergono dal potere dello sguardo stesso, da un occhio profondamente soggettivo che trasforma la realtà nel momento in cui la inquadra.
Un caso emblematico è Amber, fotografata a Las Vegas nel 2014. Il volto presenta occhi azzurro-verdi, capelli biondi arricciati, rughe intorno alla bocca appena dipinta. L’insieme genera un’impressione spettrale: il contrasto tra il rosso del vestito, l’azzurro della giacca di denim e il pallore della pelle crea un effetto perturbante che va oltre la dimensione fisica.
Le maschere del visibile
La serie conclusiva di ritratti ravvicinati del catalogo mostra visi con epidermidi segnate dal tempo, da malattie, da incidenti. Lo sguardo del fotografo rivela quella che l’articolo definisce una ricerca di mascheramenti: i volti catturati sono presentati come maschere, indipendentemente da quello che i loro proprietari potrebbero essere nella realtà.
Gilden si distingue nettamente da Martin Parr, suo amico e collega nel documentario sociale. Parr possedeva uno sguardo quasi sociologico, una comprensione della società ripresa dalla conoscenza diretta. Gilden, invece, scorge in ogni volto un elemento inaspettato, una singolarità che simultaneamente appartiene al fotografato e al fotografo stesso. Non documenta; trasforma in immagine ciò che lo disturba.
Il disagio come metodo
Se la frase attribuita a Franco Basaglia sostiene che «nessuno visto da vicino è normale», Gilden ne fa il principio costitutivo della sua pratica. La possibilità che sia stata la normalità stessa a disturbarlo nel corso dell’esistenza potrebbe spiegare questa volontà metodica di avvicinarsi così profondamente agli altri, fino a rendere chiunque portatore di una devianza dall’ordinario. Non esiste più normalità dentro l’inquadratura: esiste solo l’incomodo, il perturbante, l’inquieto che emerge dal contatto ravvicinato con il reale.