Gli effetti del clima non si fermano con la decarbonizzazione: il divario europeo che rischia di allargare le diseguaglianze
Mentre l'Europa riduce le emissioni, i danni climatici avanzano. E il costo della protezione territoriale ricade sui singoli Stati.
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La concentrazione di gas serra già presente nell'atmosfera garantisce che il riscaldamento globale continuerà per decenni indipendentemente dagli sforzi attuali di riduzione. Secondo quanto documentato dalla Strategia europea del 2021, arrestare oggi tutte le emissioni non impedirebbe gli effetti in corso: una realtà che contrasta con la priorità assegnata alla decarbonizzazione nel programma Green Deal e che chiede di riconsiderare le strategie continentali.
Il riscaldamento accelerato e i suoi costi concreti
L’ultimo decennio ha consolidato quella che l’analisi scientifica internazionale definisce una «nuova normalità climatica», dove temperatura, fenomeni estremi e conseguenze si intensificano in modo concatenato. In Europa l’aumento di circa 2,5°C supera già di un grado il limite considerato sicuro dalla comunità mondiale. I danni economici non sono più teorici: fra il 2021 e il 2023, gli eventi estremi hanno comportato perdite medie di oltre 52 miliardi di euro annui sul continente, cifra che supera le stime precedenti. L’Italia ha registrato il costo procapite più elevato, con 284 euro abitante, mentre Spagna e Ungheria hanno subito impatti simili. Proiezioni attuali suggeriscono che questi costi raddoppieranno nel prossimo decennio.
Il paradosso della leadership climatica europea
L’Unione Europea rappresenta uno scenario contraddittorio. Contribuisce soltanto al 6,4% delle emissioni globali e ha già ridotto i consumi energetici pro capite (5,6 tonnellate) rispetto a Stati Uniti, Russia e Cina. Tuttavia questa efficienza non si traduce in competitività tecnologica. Lo sforzo europeo per il 2030, una riduzione del 55% delle proprie emissioni, comporterà una diminuzione globale di appena l’1,5%. Nello stesso tempo, il continente dipende dall’importazione di materie prime e innovazioni per la transizione energetica, mentre il fallimento di progetti come la società svedese NORTHVOLT rivela la marginalità europea nei mercati emergenti della decarbonizzazione.
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Il divario climatico come fattore di divisione
Un elemento critico emerso dalla documentazione disponibile riguarda come le misure di adattamento territoriale ricadono prevalentemente sui bilanci nazionali, mentre i finanziamenti pubblici si concentrano sulla riduzione delle emissioni. Questa scelta genera un «climate divide» progressivo fra le nazioni europee, poiché l’efficacia della protezione dai rischi climatici dipende dalla disponibilità di risorse locali. Gli interventi necessari abbracciano settori trasversali: dall’adeguamento delle infrastrutture critiche ereditate dal secolo scorso alla protezione costiera, dalle tecnologie di desalinizzazione al ripensamento urbano, dalla conservazione degli ecosistemi montani alla riforestazione. Si tratta non di «rattoppi» temporanei, bensì di una riconfigurazione profonda degli spazi e delle reti territoriali.
Una ricalibrazione delle priorità
La rivista evidenzia come invertire le attuali priorità del Green Deal risulti necessario. La decarbonizzazione mantiene un valore marginale rispetto agli investimenti nella resilienza territoriale, che costituisce l’infrastruttura fondamentale per sicurezza, modernizzazione e competitività economica reale. Un programma europeo coordinato, finanziato con fondi comuni e progettato su almeno dieci anni, potrebbe contenere l’allargamento del divario climatico fra Stati e costruire una protezione sistematica del territorio dalla «nuova normalità» climatica in corso.
Sintesi della redazione di Tribune Italia sulla base degli articoli indicati qui sotto. Per il testo completo rimandiamo alle fonti originali.
Fonti
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