Il cinema dentro il cinema: la lezione di Shin’ichirō Ueda
Come un'opera indipendente giapponese ha rivoluzionato il linguaggio del film sul set
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Una pellicola che finge di raccontare zombie mentre mostra come nascono davvero i film. Shin'ichirō Ueda ha creato un'opera che funziona su più livelli contemporaneamente, trasformando i limiti della produzione indipendente in una forza narrativa e stilistica.
Il progetto di Ueda affonda le radici in una pratica consolidata nel cinema mondiale: il metacinema, cioè la riflessione della settima arte su se stessa. Ma il titolo giapponese originale—letteralmente «Non fermare la cinepresa»—rivela l’ambizione vera del regista: non interrompere mai la registrazione, neppure quando tutto sembra precipitare nel caos. Questo imperativo formale diventa il nucleo della narrazione, trascinando lo spettatore attraverso uno straordinario esercizio di regia dove il genere horror è soltanto il pretesto.
La struttura geniale di un film a strati
La trama superficiale è quasi irrilevante: una piccola troupe gira un film su creature morte viventi quando le cose prendono una piega inaspettata. Ciò che davvero conta è come il regista decida di mostrare il dietro le quinte del lavoro cinematografico. Gli attori si trovano costretti a giocare ruoli multipli: sono loro stessi sul set, ma anche interpreti dentro la finzione, costretti costantemente a negoziare il confine fra realtà e rappresentazione. Un dilemma che la pellicola solleva in modo esplicito: dove finisce la verità e dove cominciano le bugie della finzione?
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La sequenza iniziale spicca per ambizione tecnica: un piano sequenza che dura circa 35 minuti, nel quale il tempo narrativo coincide quasi perfettamente con quello dello spettatore, creando un’immersione diretta negli eventi.
Da progetto modesto a fenomeno globale
Cresciuto nella prefettura di Kyoto lontano dai grandi centri urbani, Ueda ha imparato a coltivare la passione per il cinema attraverso le videocassette, alimentando la sua creatività con risorse limitate. Trasferitosi a Tokyo in giovane età, ha fondato nel 2009 il collettivo Panpokopina, attraverso il quale ha sviluppato una serie di cortometraggi. Il suo capolavoro indipendente—realizzato con un budget modesto di 25.000 dollari—contiene in sé una dichiarazione filosofica sul cinema a basso costo: quando mancano i mezzi, trionfano l’inventiva e l’entusiasmo.
La proiezione al Far East Film Festival di Udine nel 2018 ha scatenato un’espansione mondiale inaspettata. Da piccoli teatri a incassi giapponesi che hanno superato i 27 milioni di dollari, fino a influenzare il cinema europeo, con un remake francese realizzato da Michael Hazanavicius nel 2022. Durante la pandemia, Ueda ha ulteriormente dimostrato la versatilità del suo metodo: un cortometraggio realizzato dagli attori in remoto, ciascuno nella propria casa, assemblati digitalmente e diffuso su YouTube.