La ricerca di Alessandro Serra tra linguaggio teatrale e minorità linguistiche
Come una tragedia pasoliniana riscoperta diventa veicolo per restituire il suono al teatro
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Nel 2026 torna in scena I Turcs tal Friùl, opera drammatica composta da Pier Paolo Pasolini durante gli anni della guerra nel territorio friulano. Dopo cinquant'anni dall'allestimento che ne salvò il ricordo durante l'emergenza sismica, la nuova regia di Alessandro Serra pone al centro della riflessione il rapporto tra linguaggio teatrale e resistenza delle lingue minoritarie.
Una composizione tra storia e visione profetica
L’opera affonda le radici nella duplice esperienza di Pasolini: la consapevolezza della propria identità friulana maturata intorno al 1941 e l’impegno per elevare il friulano a dignità letteraria equivalente al provenzale o al catalano. Quando comincia a scrivere il testo, il poeta modella la propria ricerca drammatica sui classici greci, scegliendo la struttura della tragedia eschilea ma ibridandola con la sacra rappresentazione. Il materiale storico—l’incursione turca del 1499 ricordata in una lapide votiva ancora visibile a Casarsa—diventa allegoria dell’occupazione nazista contemporanea. Il plot sviluppa lo scontro tra fratelli: uno scelto la preghiera, l’altro la lotta, con esito tragico nonostante l’intervento miracoloso che salva il villaggio. La scelta dei nomi dei personaggi rivela i sottotesti autobiografici, anticipando per tragica ironia quello che sarebbe accaduto pochi mesi dopo con la morte del fratello Guido nell’eccidio di Porzûs.
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Dal silenzio alla riscoperta cinquant’anni dopo
Per decenni l’opera rimase sconosciuta, relegata tra i manoscritti del poeta. Solo a seguito del terremoto friulano del maggio 1976 e dell’iniziativa della Biennale di Venezia per raccogliere fondi, Rodolfo Castiglione mise in scena il testo con le musiche di Luigi Nono. La rappresentazione, ospitata prima nella chiesa veneziana e poi nel duomo di Casarsa, intraprese una tournée che radicò l’opera nella memoria collettiva della comunità friulana. Negli anni seguirono ulteriori allestimenti, incluso quello curato da Elio De Capitani con composizioni di Giovanna Marini, confermando il riconoscimento dell’opera come strumento fondativo della coscienza culturale locale.
Il progetto Serra: suono oltre il significato
La versione odierna rappresenta un momento di sintesi. Serra, che da tempo conduce una ricerca orientata a «riconsegnare al suono i sensi intrappolati nelle parole», ha scelto il friulano come laboratorio per una riflessione più ampia sul linguaggio teatrale. Il regista intende contrastare quello che percepisce come un asservimento della voce al significato, tipico delle lingue standardizzate. Nelle lingue minoritarie riconosce invece una potenzialità di restituzione della dimensione corporea e musicale del teatro, una qualità che ha già sperimentato in altri lavori con il sardo e il grecanico. In questo senso, la tragedia pasoliniana non è soltanto un documento storico o un’opera dimenticata da celebrare, ma un dispositivo contemporaneo di sperimentazione linguistica e acustica.
Il significato dell’opera nella cultura friulana
Come sottolinea chi ha promosso il convegno internazionale che ha accompagnato il nuovo allestimento, I Turcs non rappresenta una curiosità giovanile mitizzata per la sua capacità profetica, bensì un testo costitutivo della cultura territoriale. La sua riscoperta graduale ha generato nel corso dei decenni riflessioni, confronti, pratiche artistiche e consapevolezza collettiva che vanno oltre i confini locali. L’opera dimostra come la ricerca pasoliniana sulla lingua friulana continui a risuonare e a strutturare l’identità culturale della comunità.