Quando il cinema trova il suo spirito tragico
Nel lavoro di Suffern-Quirno & Di Stefano una possibile risposta all'irrilevanza del cinema contemporaneo
Pubblicità
Tra il consumo estetico dei blockbuster e la pesantezza didascalica del cinema sociale esiste un vuoto apparentemente incolmabile. Eppure, secondo quanto riportato dalla rivista Antinomie , esiste un percorso diverso: quello tracciato dal duo franco-italiano che da oltre due decenni costruisce un'opera rigorosa capace di restituire profondità a questo medium.
Una prassi costruita nel tempo
Il progetto creativo di Suffern-Quirno e Rudolf Di Stefano inizia nel 2001 con un esperimento radicale di “cinema totale” realizzato in uno spazio sotterraneo. Da quella esperienza nascono anni di produzione sistematica: cortometraggi e lungometraggi che seguono una logica produttiva scansionata, dove la regolarità diventa metodo. La rivista identifica in questo percorso un’eredità che dialoga esplicitamente con maestri come Pasolini, Ėjzenštejn e i teorici del linguaggio filmico, ma che nello stesso tempo costruisce una posizione originale.
Il montaggio come scelta simbolica
L’elemento centrale del loro approccio risiede nel montaggio inteso non come tecnica neutra, bensì come selezione consapevole di frammenti provenienti da tradizioni disparate. Secondo *Antinomie*, il duo opera una riappropriazione della storia del cinema e del pensiero filosofico, operando scelte che privilegiano non la completezza ma l’efficacia contemporanea. Questa metodologia trasforma il materiale recuperato in sequenze dotate di nuovo significato, creando quella che l’autore dell’articolo definisce una «ritmo di rivolta» capace di interrompere il continuum oppressivo del presente.
Pubblicità
La ricerca del tragico contemporaneo
Ciò che distingue questa pratica è la ricerca di un elemento apparentemente assente nella nostra epoca: lo spirito tragico. L’articolo sostiene che il cinema di Suffern-Quirno & Di Stefano non solo documenta le contraddizioni del presente, ma le trasforma in affermazione, in un «dire altrimenti» che non si limita a denunciare. I loro film opererebbero quindi come strumenti di ri-simbolizzazione, capaci di restituire immaginazione laddove il realismo contemporaneo ha lasciato solo desolazione.
Popolo e salvezza immaginifica
La dimensione politica di questo lavoro non consiste in messaggi espliciti, bensì nell’indirizzo verso chi ha perduto riferimenti di credibilità. *Antinomie* rileva come l’opera sia rivolta a coloro che, privi di altra speranza, conservano una «cieca speranza, ma totale». Il cinema diventa allora pratica di composizione simbolica, tentativo di far immaginare nuovamente un futuro attraverso la ricomposizione di frammenti tratti da tradizioni utopiche e visionarie, tanto religiose quanto comuniste.
La misura del respiro
Aspetto non secondario è il controllo del ritmo visivo. Nei cortometraggi specialmente, l’alternanza tra parola e immagine, silenzio e musica produce un effetto di sottrazione dall’asfissia. Per la rivista, questo rappresenta il tratto che salva il loro cinema dalla noia intrinseca al genere sperimentale, mantenendolo teso e coinvolgente anche quando affronta temi di resistenza e trasformazione.