Il cinema della meraviglia incarnata. Quando la memoria diventa visione
L'adattamento di un capolavoro letterario belga tra surrealismo e formazione infantile
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Nel gennaio 2026 arriva nelle sale italiane un'opera d'esordio alla regia che affronta il tema della scoperta sensoriale primaria. Il film, nato dall'adattamento di un romanzo autobiografico e presentato a Cannes l'anno precedente, ricostruisce il viaggio iniziatico di chi ritrova il mondo attraverso gli occhi di bambina e lo trasforma in epopea interiore.
La genesi dello sguardo è il fulcro narrativo attorno cui ruota questa storia. Registi alla loro prima opera, Maïlys Vallade e Liane-Cho Han Jin Kuang hanno trasposto sullo schermo una pagina letteraria tanto singolare quanto riottosa alle categorie convenzionali: il romanzo autobiografico della scrittrice belga Amélie Nothomb, che nella sua infanzia nipponica trovò materia per riflettere sulla natura stessa della percezione. Il momento di risveglio avviene per via sensoriale: il sapore di un alimento, il primo contatto diretto con il piacere, genera un’apertura cosmica dove tutto diviene simultaneamente reale e fantastico. Da quel punto, il film si sviluppa come cartografia del sentire.
La metamorfosi attraverso il gusto
Quella che potrebbe sembrare una narrazione convenzionale di formazione si rivela invece un’indagine affascinata sulla trasformazione della coscienza. Nel racconto, una bambina emerge da una condizione di quasi letargo vegetativo verso uno stato di consapevolezza consegnato da un gesto di tenerezza: l’offerta di cioccolato da parte della nonna. Secondo l’interpretazione degli autori, questo istante agisce come evento cosmico, uno squarcio che separa l’assenza dalla presenza. I sensi si risvegliano progressivamente, non come semplice funzione biologica, ma come poesia incarnata, e la giovane protagonista si immerge in un universo dove i colori, i profumi e le forme diventano i veri protagonisti del vivere.
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Lo stile tra oriente e occidente
L’accento consapevolmente posto sulla contaminazione culturale emerge dalla scelta figurativa: il film respira un linguaggio pittorico che evoca gli acquerelli, le tinte sfavillanti, pur senza confini rigidi. Le ispirazioni visive richiamano tanto la sensibilità dello studio di animazione nipponico quanto la tavolozza espressionista occidentale. Il Kansai diventa il teatro dove due mondi di intendere la realtà—quello belga e quello giapponese—si intrecciano, e la figura della tata assume il ruolo di guida in questo ponte immaginativo. Il paesaggio non è semplice sfondo: montagne, fiumi, pioggia diventano personaggi pieni di significato metaforico.
La sofferenza nascosta sotto i colori
Tuttavia, l’opera non si limita a celebrare la meraviglia infantile. Secondo la rivista che l’ha analizzata, il film affronta con «spigolosità» i temi della perdita, della morte e della guerra, senza attenuare la durezza emotiva attraverso scelte estetiche leggere. La consapevolezza della sofferenza emerge gradualmente, come ombre in un calidoscopio: il pianto di un padre, l’eco del colonialismo, l’abbandono inevitabile. Questo strato drammatico colloca l’opera al di là di una possibile ricezione infantile ingenua, rivelandone la complessità adulta—la meditazione di chi ricorda filtra il passato attraverso il peso del presente, riempiendo i vuoti della memoria con libertà immaginativa.
Memoria come atto creativo
Il tema centrale rimane la sovrapposizione tra ricordare e inventare. Il film suggerisce che la memoria infantile non recupera semplicemente fatti, ma li ricostruisce in una luce trasfigurante. Quando la protagonista dichiara «la vita inizia laddove inizia lo sguardo», tale affermazione racchiude l’idea che il reale nasca dall’atto stesso di osservare. In questa prospettiva, la scrittura e il cinema non raccontano soltanto una storia personale, ma rivendicano il potere del ricordo come forza generatrice capace di dare forma al caos originario della sensazione.
