La quercia sempreverde che salva il Mediterraneo dalla siccità
Mentre il pino domestico cede al caldo e ai parassiti, il leccio dimostra di possedere le risorse biologiche per resistere ai cambiamenti climatici
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Le foreste del Mediterraneo si trovano di fronte a una trasformazione senza precedenti. Uno studio coordinato da istituzioni italiane e europee ha rivelato come due alberi simbolo del paesaggio italiano reagiscono in modo radicalmente diverso alle pressioni del clima contemporaneo.
Quando due specie affrontano la medesima prova
Per millenni pino domestico e leccio hanno condiviso il territorio mediterraneo, contribuendo a definire l’identità visiva delle coste e della campagna italiana. Il primo, riconoscibile dalla sua caratteristica forma ombrellata, decora i litorali laziali; il secondo, più discreto, costituisce la struttura portante dei boschi della regione. Tuttavia le condizioni ambientali stanno ribaltando questo equilibrio consolidato. L’aumento delle temperature e la riduzione delle precipitazioni pongono le due specie dinanzi a sfide opposte: una si rivela fragile, l’altra sorprendentemente adattata.
Castelporziano come laboratorio della natura
La Tenuta Presidenziale di Castelporziano, che si estende per seimila ettari fra Ostia e Torvaianica nel territorio di Roma, custodisce uno degli ultimi frammenti significativi della foresta costiera tirrenica originaria. Il sito, sottoposto da oltre trent’anni a monitoraggi continui, rappresenta uno straordinario osservatorio per comprendere l’evoluzione futura degli ecosistemi forestali regionali. Nel 2022 ha ottenuto la certificazione di stazione di eccellenza della rete europea ICOS per la misura del ciclo del carbonio, una qualifica unica in Italia per una foresta.
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Il declino del pino sotto attacco multiplo
L’indagine ha documentato il deterioramento di circa il 13% della superficie forestale della tenuta, colpendo principalmente le pinete. La combinazione di siccità prolungata, temperature elevate e nuovi parassiti crea un effetto amplificato: l’acqua scarseggia, riducendo la produzione di resina con cui il pino normalmente si difende dagli insetti. Due coleotteri trovano così il terreno favorevole. Il bostrico del pino scava gallerie sotto la corteccia interrompendo i flussi vitali dell’albero; la cocciniglia tartaruga, specie nordamericana comparsa di recente, produce una sostanza cerosa su cui prolifera un fungo nero che compromette la fotosintesi.
L’adattamento evolutivo del leccio
La quercia sempreverde possiede caratteristiche biologiche sviluppate attraverso millenni di evoluzione in ambienti naturalmente aridi. Le foglie coriacee, ricoperte di cuticola cerosa e rivestite di peluria inferiore, limitano la perdita d’acqua. Gli stomi sono protetti all’interno della foglia. L’apparato radicale, particolarmente profondo e ramificato, accede a riserve idriche profonde inaccessibili ad altre specie. Questi adattamenti permettono al leccio di mantenere un’attività fotosintetica stabile anche durante estati siccitose, come confermano le immagini satellitari Sentinel-2 analizzate tra il 2018 e il 2024.
Una macchina per assorbire carbonio
La resistenza del leccio produce effetti climatici misurabili. Castelporziano assorbe circa otto tonnellate di carbonio per ettaro annualmente, il 20% in più rispetto ai dati degli anni Novanta. Se si considera solo la fotosintesi, il quantitativo raggiunge le diciannove tonnellate per ettaro all’anno, «collocando questa foresta tra gli ecosistemi più efficienti delle regioni temperate», secondo la ricerca pubblicata dalla rivista.
