La lezione nascosta di Laputa: quando l’animazione interroga il potere
Come Miyazaki rielabora Swift per raccontare la corruzione della tecnologia e la speranza dei giovani
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Il capolavoro dello Studio Ghibli costruisce una narrazione su due piani: quello della fiaba d'avventura e quello della riflessione critica sulla natura umana di fronte al dominio tecnologico. Attingendo direttamente dalla satira settecentesca, il film trasforma il cielo in uno spazio dove sognare e soffrire, costruire e distruggere, convivono.
La fonte letteraria e il suo significato
Jonathan Swift aveva immaginato Laputa come una metafora tagliente: un’isola governata da scienziati e astronomi, distratti e arroganti, capace di controllare il territorio sottostante grazie a una gigantesca calamita. La geniale critica swiftiana alla presunzione intellettuale trova in Miyazaki un interprete che non semplicemente la cita, ma la attualizza. Lo spazio aereo diventa il nuovo territorio del conflitto: secondo la rivista ArtSpecialDay, il film «propone ancora grossi interrogativi» quasi quarant’anni dopo la sua realizzazione, riuscendo a mantener viva la tensione fra progresso tecnologico e abuso di potere.
La scelta del paesaggio scozzese, con le miniere, i treni a vapore e l’estetica industriale ottocentesca, non è casuale. Miyazaki rende tangibile il peso della modernizzazione attraverso la geografia, non attraverso il puro simbolismo. I personaggi operai non sono sterotipi: posseggono una dignità intrinseca, un ancoraggio morale che contrasta con le élite di Laputa.
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Il conflitto fra terra e cielo
L’opposizione verticale struttura l’intera opera: sotto, la gravità, il lavoro, la responsabilità; sopra, la leggerezza, il potere assoluto, l’assenza di vincoli morali. Pazu incarna questo conflitto nella sua persona. Orfano che lavora in miniera a soli quattordici anni, rappresenta l’uomo comune schiacciato dal sistema, eppure capace di mantenere lo sguardo rivolto verso l’orizzonte. È lui, e solo lui per la sua consapevolezza profonda, a poter salvare Sheeta caduta dal cielo. In quel gesto di salvataggio primario si concentra l’intero messaggio del film: la responsabilità verso l’altro è l’unica ancora morale in un mondo dove la tecnologia potrebbe liberarci ma rischia di asservirci.
La fascinazione di Miyazaki per il volo, legata profondamente alla sua infanzia trascorsa accanto alle fabbriche aeronautiche paterne, emerge in ogni dettaglio. Gli aeroplani mimano insetti e uccelli; i motori rombano alternandosi a musiche delicate. La tecnologia non è demonizzata, ma presentata nella sua ambivalenza costitutiva.
Femminilità e sfida agli ordini costituiti
Dola, la piratessa dai capelli rosa a capo di una banda aerea, rappresenta una rottura radicale con le gerarchie del tempo. Il motto attribuito a questo personaggio—«L’Audacia è Donna»—capovolge esplicitamente le tradizioni patriarcali. Anche Sheeta, la principessa coraggiosa, non è una damigella passiva, bensì una figura consapevole del proprio ruolo e delle proprie scelte. Entrambe le figure femminili operano una sfida culturale al pensiero degli anni Ottanta, anticipando questioni che il dibattito pubblico avrebbe affrontato successivamente.
Distruzione e speranza
La colonna sonora di Joe Hisaishi avvolge ogni sequenza, creando un registro emotivo costante dove la bellezza formale del disastro non cancella la sua realtà tragica. Il potere distruttivo di Laputa evoca Sodoma e Gomorra, la freccia di Indra del Ramayana: la storia umana ripete i propri errori su scale sempre maggiori. Eppure il film non conclude nel nichilismo. Il futuro migliore emerge solo attraverso il sacrificio dei giovani, la loro disponibilità a anteporre l’altro a sé stessi.
