Il bosco italiano tra claustrofobia e epifania: quando il genere diventa racconto
Come Riccardo Cannella affronta il folk horror nelle Madonie, tra isolamento familiare e rotture narrative
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La cinematografia italiana di genere fatica spesso a sottrarsi ai meta-discorsi sul sistema e le sue dinamiche. Jastimari, lungometraggio d'esordio per la sala di Cannella, prova a raccontare una storia radicata nella tradizione siciliana, rischiando però di frantumarsi sotto il peso delle proprie rivoluzioni tonali. Un film che sceglie di abbattere il muro tra spettatore e segreto, con conseguenze non sempre felici.
La lezione di un termine siciliano
Il titolo rimanda direttamente a una parola siciliana: jastimari, “maledire”. Sulle Madonie, un territorio montano straordinario, il regista costruisce una storia familiare che respira isolamento e paranoia. La famiglia vive letteralmente nel bosco, separata dal mondo, armata, pronta a scattare al primo contatto esterno. Questa premessa introduce il film attraverso un evento violento e immediato: l’uccisione di una creatura ai margini della proprietà da parte del patriarca Saro. È un’apertura che azzera ambiguità, stabilendo subito le regole di un universo dove la difesa e il controllo sono questioni di sopravvivenza.
Vibes e sospensione
Nelle prime trenta minuti circa, Jastimari si affida principalmente all’atmosfera. I dialoghi in siciliano strettissimo richiedono sottotitoli anche per chi conosce la lingua, creando un ulteriore isolamento dello spettatore rispetto ai personaggi. Come accade in certi film di Robert Eggers, il tempo narrativo diventa vago—potrebbe essere fine Ottocento o un passato recente—mentre la famiglia rispetta rituali complicati per tenere lontano il Male. Una strega vive nei boschi circostanti, abitazione precaria, dentatura compromessa, presenza disturbante. La tensione post-apocalittica permea ogni scena: c’è un “Incidente” del quale si parla sommessamente, un evento che ha costretto alla reclusione. Rossella Brescia e Francesco Foti incarnano con precisione il nucleo genitoriale, risultando credibili esteticamente e narrativamente.
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Lo scatto e il crollo
A metà del film interviene uno strappo tonale netto. L’arrivo di elementi esterni—estranei che penetrano il perimetro protetto—diventa catalizzatore di rivelazione. Con loro viene lo spiegamento delle cause, il disvelamento di quanto accaduto. Qui la magia dell’incompiutezza si dissolve: i sottotitoli cedono il passo all’italiano, il dialogo si normalizza, e la struttura del segreto cede a quella della spiegazione. Per chi non accetti questa transizione, essa rischia di compromettere quanto costruito nella prima metà. La questione non è di tecnica registica, ma di effetto emotivo: quando il mistero si converte in trama, lo spettatore perde il disorientamento che lo legava alla famiglia e ai boschi.
La fortuna di raccontare l’Italia
La fortuna di questo film risiede nel non cedere ai consueti meta-discorsi sulla cinematografia italiana. Parlando di tradizioni e leggende locali, evita i circoli viziosi della critica nazionale. La sua sfortuna è legata a scelte narrative che non tutti apprezzano: la brevità della violenza iniziale, la concentrazione tematica nella seconda metà, l’impossibilità di discutere i significati senza svelare la struttura.
