Richard Linklater filma la storia della nouvelle vague francese
Come un regista americano ha ricostruito il mito della nascita di un movimento attraverso gli occhi dei suoi protagonisti
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Nel 2026 è stato presentato a Cannes il nuovo film di Richard Linklater, un'opera che riporta sullo schermo i giorni che precedettero l'uscita di "Fino all'ultimo respiro" di Godard. Si tratta di un'indagine dietro le quinte di quello che sarebbe diventato uno degli esordi più significativi della storia cinematografica.
La genesi di un progetto ventennale
Per più di un decennio Linklater ha portato con sé l’idea di un film dedicato al movimento francese che tanto lo ha influenzato durante la sua carriera. Nel 2023, durante una conversazione pubblica, ha rivelato che stava per avviare le riprese in Francia, in lingua francese e nello stile di quella stagione creativa. Accanto a lui Zoey Deutch, attrice scoperta anni prima nel film del 2016, scelta quale incarnazione della figura storica di Jean Seberg per questa nuova sfida produttiva.
Il metodo della microrappresentazione
Il lungometraggio impiega il genere dell’hang-out movie, la forma narrativa che Linklater ha perfezionato lungo la sua filmografia. Tuttavia, al posto dei personaggi ordinari di cittadine americane, le inquadrature ritraggono i nomi cruciali della storia critica e cinematografica: Truffaut, Godard, Chabrol, Rohmer, Rivette, Rouch, Varda, Demy e i redattori dei Cahiers du Cinéma. Ognuno viene presentato con una sovrimpressione del nome, quasi in un album fotografico attentamente curato. Le conversazioni ruotano attorno alla teoria del cinema, ai film appena completati e a quelli ancora sognati.
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Linklater ricostruisce con precisione didattica uno dei momenti fondanti della critica cinematografica mondiale: l’intervento di Roberto Rossellini che esorta «a girare in fretta e smettere quando si perde l’ispirazione». L’italiano presta denaro a Godard prima di allontanarsi con un piatto di tartine.
Lo sguardo dietro le quinte
Il film funziona come un documentario apocrifo ambientato nel 1959, un dietro le quinte dell’esordio godardiano. Linklater posiziona la macchina da presa come osservatore esterno, eliminando un protagonista guida e adottando uno sguardo alieno. Questo approccio consente di mostrare il controcampo di scene memorabili: Godard e il direttore della fotografia nascosto, la troupe in secondo piano durante le riprese sugli Champs-Élysées, l’inquadratura laterale del regista mentre impartisce ordini.
Improvvisazione e tecnica al servizio della creazione
Una questione centrale per Linklater riguarda l’equilibrio tra preparazione rigorosa e libertà creativa. Godard non dispone di una sceneggiatura completa ma corregge il soggetto di Truffaut sulla banchina della metropolitana. Durante le riprese, si reca al café Dupont Montparnasse ogni mattina presto per scrivere le scene della giornata. Non esiste un protocollo consolidato, solo la determinazione di sperimentare quotidianamente approcci diversi.
La scelta tecnica della cinepresa Eclair Cameflex e della pellicola rivela come Godard possedesse già una visione chiara dei mezzi necessari, confutando l’idea di improvvisazione pura. Il metodo che eredita da Rossellini—meditazione solitaria, estro, improvvisazione e pragmatismo—diventa il fondamento della sua prassi creativa.
L’americano nel cuore della Parigi intellectualis
Attraverso lo sguardo di Jean Seberg, unica attrice statunitense nel set francese, Linklater riflette sul posizionamento dell’outsider in un contesto consacrato. La pellicola 35mm, gli esterni ricostruiti con interventi digitali minuziosi, i costumi e gli spazi documentati negli archivi trasformano l’operazione in una macchina del tempo che cattura l’energia di uno spazio-tempo preciso. L’operazione evita di essere risucchiata dalla forza dell’esordio godardiano mantenendo l’autonomia narrativa attraverso un’angolazione alternativa.
