Le radici lunghe di un conflitto contemporaneo
Come le scelte del primo Novecento continuano a plasmare il Medio Oriente
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Gli scontri che caratterizzano la questione israelo-palestinese non rappresentano una sequenza casuale di violenze, bensì il risultato di decisioni storiche razionalmente ricostruibili. Comprendere le origini del conflitto, risalendo agli ultimi decenni dell'Ottocento, è quindi indispensabile per analizzare qualsiasi tentativo contemporaneo di risoluzione, inclusi gli accordi diplomatici che continuano a caratterizzare le relazioni internazionali.
Quando i nazionalismi europei attraversarono il continente
Verso la fine dell’Ottocento, i movimenti nazionalistici attraversavano l’Europa modificando profondamente le comunità ebraiche. Negli Imperi russo e austroungarico, il nazionalismo catalizzava movimenti indipendentisti e, simultaneamente, alimentava violenti episodi antisemiti. Intellettuali ebrei sionisti cominciarono a concepire la ricerca di un territorio nazionale come strumento di difesa e modernizzazione, trasformando la categoria religiosa ebraica in categoria etnica e nazionale. Questo ripensamento ideologico comportò una reinterpretazione dei testi biblici: da fonti sacre e morali a documenti politici che reclamavano il diritto al controllo di specifici luoghi geografici.
L’Impero Ottomano e gli abitanti della Palestina storica
Mentre in Europa il nazionalismo ebbraico prendeva forma, un’altra trasformazione interessava il Levante. L’Impero Ottomano, in declino, governava i territori palestinesi attraverso amministrazioni locali. La popolazione che vi abitava—principalmente arabi di religione musulmana sunnita, con minoranze cristiane ed ebraiche—sviluppò il proprio nazionalismo di impronta araba e panaraba, orientato alla riscoperta culturale e identitaria. Questo movimento divergeva dalle aspirazioni dei Giovani Turchi e dei Giovani Ottomani, che enfatizzavano il carattere turcico dell’Impero.
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Le migrazioni e il riassetto fondiario
A partire dal 1882, a seguito di pogrom violenti, Israel Belkind raccolse finanziamenti dalla diaspora ebraica e condusse i primi gruppi di giovani universitari dalla Europa orientale verso la Palestina. Le tradizioni ottomane non prevedevano il possesso privato della terra, e le norme recentemente introdotte, sebbene ispirate a modelli occidentali, non contemplavano l’espulsione dei contadini dai villaggi ancestrali. Gli insediamenti sionisti iniziali, fondati su terreni vuoti o incolti, richiedevano comunque l’expertise agricola palestinese. Una popolazione di origine europea rimase per lungo tempo minoritaria, ma la dinamica economica stava già favorendo l’accumulo fondiario.
La politica britannica durante il mandato
Il primo Congresso sionista, convocato da Theodor Herzl a Basilea nel 1897, prefigurò un’istituzione statale, sebbene il governo ottomano rifiutasse di cedere i propri territori. La Prima guerra mondiale modificò gli equilibri: la Gran Bretagna, opponendosi all’Impero ottomano, agì con strategica ambiguità. Nel 1916 promise agli Hashemita l’unificazione araba; nel 1917, tramite la Dichiarazione Balfour, sostenne la creazione di una patria nazionale ebraica. Durante il mandato britannico sulla Palestina, le politiche amministrative asimmetriche favorirono sistematicamente il movimento sionista: gli ebrei europei potevano costituire milizie armate e sviluppare servizi pubblici autonomi, mentre ai palestinesi erano negate istituzioni rappresentative, università e autonomia organizzativa. I britannici soppressero inoltre la tradizione agraria locale, subordinando la permanenza dei contadini alla volontà dei proprietari terrieri, che spesso risiedevano altrove. Questa combinazione generò l’espulsione programmata di migliaia di contadini palestinesi e l’emergere di baraccopoli urbane.
Conflitti ricorrenti e accelerazione della tensione
Nel corso del primo decennio di mandato, violenti scontri divennero caratteristica ricorrente. La Rivoluzione di al-Buraq, la Rivolta di Hebron e gli insegnamenti guerriglieri dell’imam Izz al-Din al-Qassam tracciarono i contorni di un conflitto che si strutturava secondo linee territoriali e demografiche. Nel 1936, il Supremo comitato arabo lanciò uno sciopero di sei mesi contro l’immigrazione e l’acquisizione di terreni, segnalando un’opposizione organizzata e diffusa.
