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martedì 27 Ottobre 2026
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Arte

L’arte come memoria e resistenza: Cecilia Vicuña tessa la storia nelle mura di Rivoli

Come una pratica estetica radicale trasforma il dolore politico in invito alla cura collettiva

🗂️Dall’archivio
L'arte come memoria e resistenza: Cecilia Vicuña tessa la storia nelle mura di Rivoli
Foto di repertorio · Pierre-Selim Huard · CC BY 4.0 · Wikimedia Commons

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La pratica artistica di Cecilia Vicuña nasce da una frattura biografica: l'esilio dalla Cile nel 1973, all'indomani del colpo di stato che travolse il presidente Salvador Allende. Da allora, per decenni, l'artista coniuga la ricerca formale con un impegno etico che interroga lo sfruttamento delle risorse, la violenza coloniale e la necessità di un'ecologia della memoria.

Le radici di una vocazione politica

La genesi dell’operare di Cecilia Vicuña si radica nell’esperienza di una giovane donna costretta a lasciare il proprio paese durante una stagione sanguinosa. Londra divenne il rifugio dove proseguire la militanza culturale, specie attraverso il collettivo Artists for Democracy fondato nel 1974. Già in quegli anni la lezione della poesia emergeva come strumento principale: attraverso la scrittura e la parola, Vicuña ha costruito un pensiero capace di scandagliare i meccanismi di ingiustizia sistemica che, da secoli, trasformano l’America Latina in spazio di predazione. La condizione di sfollata, lontana dalla patria violata, le ha permesso una prospettiva critica sui sistemi di dominio economico e culturale che perpetuano l’umiliazione dei popoli.

Il ritorno al Castello: un gesto simbolico

Dopo più di due decenni, Vicuña ritorna al Castello di Rivoli a Torino con una commissione inedita intitolata El glaciar ido. L’intervento si dispone nello spazio secondo un asse longitudinale, attivando una partecipazione corale. La scelta formale rimanda direttamente al quipu, l’antico artefatto andino composto da cordicelle annodate che custodivano la memoria dell’impero inca attraverso un sistema di notazioni cromatiche e tessitura. Il nodo, in lingua quechua, rappresentava il gesto di fissare nella materia gli eventi ritenuti decisivi: storie, cerimonie, contabilità, ordinamenti legali abitavano la medesima tessitura.

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La tessitura come pratica di riparazione

Nel suo reinterpretazione contemporanea, Vicuña trasforma il quipu in un elemento orizzontalmente sospeso che attraversa lo spazio del museo con fili di lana grezza e cardata. Questa scelta materiale non è casuale: riprende la tradizione latino-americana del tessere come primo gesto sovversivo opposto «alla fede e alla spada» dei conquistatori. La lana raccolta senza arrecare danno al territorio diviene materia prima di una ricerca estetica che abbraccia, simultaneamente, la critica femminista, l’ambientalismo e l’attivismo per i diritti umani. Lungo le pareti si srotolano scritti che documentano l’itinerario dell’artista, mentre gli spazi esterni accolgono il risultato di un workshop condotto con gli studenti dell’Accademia Albertina di Torino, trasformando la mostra in laboratorio vivo.

Dalla memoria al presente

Nel simile atto di legare e scogliere nodi, Vicuña porta nel museo contemporaneo il ricordo delle migliaia di desaparecidos dell’era pinochetista: vite risucchiate dall’incubo del golpe e dalla repressione. Il filo sottile ma resistente che struttura l’opera diviene simultaneamente testimonianza del passato e appello al presente. L’accelerazione della crisi ambientale, lo scioglimento dei ghiacciai, lo sfruttamento senza ritegno della terra si intrecciano nel discorso formale con la necessità di mantenere viva la cura per le vite altrui, in ogni angolo del pianeta.

Sintesi della redazione di Tribune Italia sulla base degli articoli indicati qui sotto. Per il testo completo rimandiamo alle fonti originali.

Fonti

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