Il cinema ripensa sé stesso attraverso l’orrore e l’intelligenza artificiale
Come Radu Jude trasforma il mito di Dracula in specchio della contemporaneità visuale
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Il cinema contemporaneo affronta una crisi profonda e risponde con opere che interrogano la propria stessa essenza. In questo contesto, il Dracula di Radu Jude emerge come opera che non si limita ad adattare il classico di Bram Stoker, ma lo utilizza per denunciare gli orrori del paesaggio mediatico attuale, popolato di immagini generate artificialmente e consumate in velocità dal pubblico.
Nel progetto di Jude il vampiro diventa pretesto narrativo infinito. La pellicola prende forma attraverso la figura di un regista rumeno alle prese con una commissione cinematografica che, incapace di uscire dalla propria impasse creativa, si affida interamente a un algoritmo. Il risultato sono sedici versioni radicalmente diverse del medesimo racconto: una come film muto, un’altra come musical, una ancora dove il conte si trasforma in magnate industriale sfruttatore o in politico nazionalista che teme l’invasione straniera. Questa proliferazione di narrazioni non è scelta stilistica casuale.
La ripetizione come sintomo del presente
La moltiplicazione delle versioni rispecchia una condizione contemporanea ben precisa: l’assenza di novità nel ciclo produttivo delle immagini. Proprio come la cinematografia commerciale ricicla continuamente le medesime proprietà intellettuali, trascinandole sullo schermo in forme sempre uguali, così i social media bombardano gli spettatori di fotografie standardizzate di luoghi comuni, tramonti identici, istanti già visti. Jude trasferisce al linguaggio filmico quella sensazione stordente del doomscrolling: ore di esposizione a contenuti progettati per l’immediato consumo algoritmico, concepiti per generare dipendenza piuttosto che riflessione critica.
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Immagini frante e bruttezza intenzionale
La qualità visiva del film è volutamente squilibrata. Accanto a riprese professionali convivono filmati iPhone, materiale d’archivio recontestualizzato e ampie sezioni generate tramite intelligenza artificiale. Quest’ultima, secondo la rivista, rappresenta il nocciolo della ricerca estetica di Jude: le immagini sintetiche non vengono utilizzate per correggere o perfezionare, bensì per esporre la loro povertà tecnica. L’«AI slop» pervade la pellicola, deforma le iconografie esistenti e le restituisce mutile e grottesche. Non si tratta di uno strumento nascosto, ma di una scelta stilistica esibita.
Provocazione e consapevolezza mediatica
Secondo quanto riportato dalla rivista, Jude non è il primo a sperimentare questi linguaggi, ma resta il regista più radicale nel far coincidere la bruttezza formale con una riflessione sulle modalità attuali di vedere il mondo. L’opera diviene così uno specchio rovesciato del presente visuale: ciò che è accecante nei social media, la rozzezza mascherata da automazione, viene portato al cinema in tutta la sua nudità icastica. Il film non seduce il pubblico con immagini pensate per piacere, bensì lo costringe a riconoscere il carattere repulsivo di quelle stesse immagini quando estratte dal flusso veloce dello scorrimento e forzate alla contemplazione di tre ore.
