La scomparsa silenziosa del partito come centro della rappresentanza politica
Come l'Italia ha trasformato il sistema elettorale senza rigenerare il legame tra cittadini e istituzioni
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La Costituzione del 1948 non descrisse mai cosa fosse un partito perché l'evidenza del suo ruolo appariva incontestabile: il partito era il ponte fra la domanda sociale e la rappresentanza parlamentare. Trent'anni di riforme hanno demolito quella struttura senza rimpiazzarla con un meccanismo capace di raccogliere la partecipazione dei cittadini, producendo invece il loro progressivo ritiro dalla vita politica.
Un fondamento tacito della democrazia rappresentativa
La Carta costituzionale si costruì su un assunto che non aveva bisogno di essere nominato esplicitamente: il partito, in quanto organo collettivo radicato nei blocchi sociali, assorbiva le rivendicazioni emergenti dalla società, le elaborava internamente e le restituiva trasformate in programmi e rappresentanti. L’articolo 49 riconosceva sì il diritto di associazione in partiti, ma li trattava come espressione della libertà individuale piuttosto che come istituzioni da strutturare. Questa laconicità era possibile perché nel 1946 il partito di massa – organizzato, ideologicamente definito, dotato di radicamento territoriale – non era un progetto teorico da proteggere, bensì la realtà vivente che gli estensori della Costituzione stessi incarnavano e praticavano.
Lo sgretolamento di un sistema e la risposta referendaria
Tra il 1992 e il 1994 quel mondo iniziò a crollare. La caduta del Muro di Berlino, la crisi del comunismo italiano, il terremoto giudiziario di Tangentopoli delegittimarono l’intero impianto partitico della Prima Repubblica. Il referendum del giugno 1991, promosso da Mario Segni, ridusse le preferenze da molte a una sola per la Camera dei deputati. Due anni dopo, il 18 aprile 1993, un secondo consultazione referendaria – con un’adesione dell’82,7% – trasformò il sistema elettorale del Senato da proporzionale a maggioritario. La diagnosi sottesa era esplicita: i partiti rappresentavano il male da estirpare, e la scelta diretta del cittadino ne sarebbe stata l’antidoto. Il Parlamento recepì il risultato mediante il Mattarellum (leggi 276 e 277 del 1993), che allocò tre quarti dei seggi in collegi uninominali a voto maggioritario.
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Una terapia che non colpì la vera malattia
Secondo la rivista, la riforma individuò un sintomo reale – l’instabilità causata dalla necessità di contrattazioni post-elettorali fra i partiti – ma diagnosticò male la causa profonda. La crisi non risiedeva nella formula elettorale, bensì nella trasformazione dell’organo di intermediazione stesso. Introdurre il maggioritario affrontò il primo livello della questione senza incidere sul secondo: l’atrofia della capacità del partito di organizzare appartenenze e raccogliere istanze diffuse nella società. Inoltre, il fenomeno travalicava i confini italiani, toccando tutte le democrazie occidentali – fine delle grandi ideologie, mutamento della struttura produttiva, personalizzazione della comunicazione – ma qui ricevette una risposta istituzionale che non ricostruì l’intermediazione, bensì tentò di sostituirla con un dispositivo formale.
Il paradosso dell’affluenza in caduta libera
Se il maggioritario avesse effettivamente riavvicinato i cittadini al processo decisionale, la partecipazione elettorale avrebbe dovuto stabilizzarsi o crescere. Accadde l’inverso. L’affluenza alle elezioni per la Camera scese dall’86,3% del 1994 al 63,9% del 2022, una perdita superiore ai venti punti percentuali. Il primo anno sotto l’80% fu il 2013; la contrazione più marcata si produsse fra il 2018 e il 2022, con il dato del 2022 che rappresenta il minimo storico della Repubblica. In termini assoluti, circa undici-dodici milioni di cittadini si ritirarono dal corpo elettorale attivo in tre decenni. Tale fenomeno riflette molteplici cause – trasformazioni sociali, erosione della fiducia istituzionale, sfaldamento dei corpi intermedi – ma segnala in modo limpido il fallimento della promessa originaria. Non si tratta di semplice disaffezione: è il sintomo di una domanda di rappresentanza che non trova più un soggetto capace di accoglierla e tradurla in offerta politica coerente.
L’ascesa del partito senza radici né mediazione
Nel gennaio 1994, pochi mesi dopo il referendum, nacque Forza Italia: il prototipo di una nuova specie partitica, il partito personale. A differenza del partito di massa, esso non possiede radicamento sociale, non si regge su appartenenze collettive sedimentate, non elabora ideologie robuste radicate in blocchi sociali. È invece una macchina costruita attorno a un leader, uno strumento elettorale personalizzato, privo della dinamica dal basso verso l’alto che caratterizzava l’organizzazione tradizionale. L’identità discende dal vertice verso la base, la fedeltà sostituisce la deliberazione, l’acclamazione rimpiazza il confronto interno. Quella che iniziò come eccezione divenne progressivamente norma: quasi tutte le formazioni politiche convergono verso questa morfologia, anche mantenendo nominalmente forme e rituali del partito classico. L’«ideologia» si riduce a marchio, a distinguibile sullo scaffale dell’offerta politica. L’articolo 49 sulla democrazia interna delle organizzazioni non trovò mai una disciplina legislativa efficace, un vuoto che risultava tollerabile fintantoché i partiti erano realtà collettive autonome. Quando divengono proiezioni personali, quel vuoto assume le proporzioni di una lacuna costituzionale.
Il simbolo nascosto nella preferenza
L’indicatore più eloquente del declino del partito come luogo di mediazione risiede nella progressiva erosione della capacità dell’elettore di scegliere persone, non soltanto simboli. Nel 1991 la riduzione a una sola preferenza venne giustificata con argomenti moralizzatori: le preferenze, si sosteneva, alimentavano clientelismo e voto di scambio. Successivamente, giustificazioni mutate – governabilità e stabilità – condussero verso ulteriori restrizioni. Toccare la preferenza significa toccare il cardine della scelta individuale, l’ultimo punto dove la base può divergere dalle indicazioni del vertice. Ogni limitazione di questo spazio rappresenta un ulteriore indebolimento di ciò che residuava della dinamica dal basso verso l’alto, accelerando la trasformazione verso forme puramente plebiscitarie.
