Nelle ultime opere del filosofo della Scuola di Francoforte, la nostalgia di un ordine morale diviene strumento critico contro il dominio della ragione strumentale.
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Nel corso degli ultimi decenni della sua vita intellettuale, Max Horkheimer trasforma radicalmente il proprio sguardo sui fondamenti della morale. Abbandonando progressivamente le certezze marxiste che lo avevano caratterizzato, il pensatore si rivolge verso dimensioni dimenticate: la compassione, il desiderio di giustizia, e una peculiare forma di nostalgia che assume valenze filosofiche decisive. Questo cambio di rotta emerge con particolare evidenza da un'intervista del 1970 successivamente ampliata e pubblicata, in cui il filosofo affronta direttamente la questione del significato della…
Un significato rivoluzionario della teologia
Horkheimer opera una riconfigurazione radicale di ciò che “teologia” debba intendersi. Non si tratta della tradizionale scienza di Dio, bensì di una consapevolezza circa la natura fenomenica del mondo: la comprensione che la realtà visibile non esaurisce la verità. Centrale a questa prospettiva è il concetto di Sehnsucht, una nostalgia intesa come tensione verso una condizione diversa, migliore, lontana dagli assetti presenti. In particolare, «l’assassino non possa trionfare sulla sua vittima innocente». La forza di questa visione risiede nel fatto che non rappresenta una speranza positiva, ma piuttosto il persistere di una memoria di qualcosa che non è raggiungibile, eppure continua a esercitare una presa sulla coscienza umana—simile alla nostalgia di un paradiso irrecuperabile.
La dottrina del peccato originale come chiave interpretativa
Per giustificare questa nostalgica tensione verso la giustizia, Horkheimer recupera un insegnamento cristiano fondamentale: il peccato originale. L’uomo, creato libero, commise il primo grande peccato nel paradiso, e di conseguenza tutta la storia successiva richiede una spiegazione teologica. Il mondo attuale, secondo questa lettura, rappresenta lo stato successivo all’espulsione dall’Eden, caratterizzato dal dolore e dalla sofferenza. La capacità dell’essere umano di immaginare una realtà alternativa e più autentica—quella precedente e causale rispetto all’attuale—costituisce appunto il sentimento di nostalgia che Horkheimer identifica con la teologia.
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Ragione e morale: un divorzio irreversibile
La necessità di ricorrere a questa dimensione “teologica” affonda le radici nel cuore dell’analisi critica di Horkheimer. Nella Dialettica dell’Illuminismo—opera fondativa della Scuola di Francoforte—viene esposto un tema decisivo: la ragione moderna non possiede connotazioni etiche intrinseche, e pertanto la morale non può fondarsi unicamente sulla razionalità. Nella razionalità strumentale dominante, deputata soltanto al dominio e all’autoconservazione, l’etica, il sentimento, la religione risultano inclassificabili e dunque marginalizzati come illusori. Di fronte a questo quadro, la nostalgia teologica di Horkheimer offre uno spazio di resistenza concettuale: un modo di preservare l’aspirazione alla giustizia al di là dei confini della pura razionalità calcolante.
Un invito pragmatico all’azione morale
Horkheimer rifiuta però l’interpretazione tradizionale di questa posizione. Non propone il ricorso a Dio nel senso religioso ordinario, bensì suggerisce di agire «con l’interiore sentimento che Dio ci sia», intendendo il mondo come fenomeno. Si tratta di una pratica del “come se”: operare nella storia come se una realtà più autentica esistesse, dove l’ingiustizia non possa definitivamente prevalere. Questa articolazione rappresenta una singolare fusione tra il rigore critico e la consapevolezza della necessità morale.
