Quando la realtà sfonda il muro delle immagini. Simboli, consumi e crisi nell’ordine mediatico
Come gli eventi catastrofici mettono in discussione il sistema di significati su cui poggia la società dei consumi
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La storia del pensiero contemporaneo registra raramente momenti in cui la finzione e la realtà si incontrano in modo così traumatico da rovesciare le gerarchie che le ordinavano. L'articolo ripubblicato dalla rivista Link, scritto nel 2001, affronta precisamente questo snodo: quando ciò che era confinato nella dimensione dello spettacolo irrompe nel mondo materiale con violenza incontrollabile.
La pace interrotta dall’evento
Secondo l’autore dell’articolo originale, il pensiero critico e la riflessione culturale operano normalmente su sedimenti tranquilli, lontani dalla velocità dell’accadimento. L’analista e l’interprete hanno bisogno di distanza temporale per sedimentare i significati, come la nottola di Minerva che vola al tramonto. Tuttavia, «discorsi da tempi di pace: le merci, i simboli, le marche, il consumo» risultano improvvisamente inadeguati quando la cronaca accelera e la densità degli eventi ci assedia. Il paradosso emerge qui: il critico insiste nel cercare di ragionare quando tutto conspira verso l’immediatezza emotiva e la reazione.
L’ambiguità della difesa
La rivista sostiene una tesi particolare: occorre difendere i valori del consumo non perché intrinsecamente virtuosi, ma perché rappresentano uno spazio di libertà simbolica. Contro Bin Laden la difesa è ovvia; contro Bush meno evidente. Il punto non riguarda soltanto gli spazi democratici del dissenso, bensì la legittimità stessa dell’universo commerciale e ludico della merce. Una minaccia, secondo questo ragionamento, viene anche da chi vorrebbe sacralizzare il lutto trasformandolo in obbligo morale universale, costringendo il cittadino a scegliere tra la contrizione e l’immoralità.
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Emerge un paradosso stridente: le autorità contemporaneamente esigono lutto rituale e incoraggiano il consumo economico. Indossare il velo nero e continuare a comprare con le lacrime agli occhi rappresenta, nella lettura dell’autore, una contraddizione che espone il sistema a una fragilità concettuale.
Il capovolto ordine dei segni
Secondo la rivista, lo shopping è per definizione un’attività che richiede distanza dalla guerra. La guerra deve stare nei teleschermi, nei videogiochi, nelle immagini sfocate dei missili – portata attraverso i media e non nel territorio dell’esperienza diretta. L’immaginario e il reale, storicamente separati, si sono invece incrociati: «l’intrusione dell’immaginario nel reale» ha fatto crollare le gerarchie che ordinavano questi due domini.
Ciò che era stato più volte prefigurato nella finzione – scenario narrativo consolidato – improvvisamente si verifica autenticando le profezie postmoderne. Non è la fiction ad avere imitato il reale, bensì l’ordine si è invertito catastroficamente. Il sistema che gestisce i simboli delle merci entra in crisi perché le sue fondamenta – la separazione netta tra rappresentazione e fatto – sono state violate.
Tre ordini di conseguenza
L’analisi identifica tre dimensioni di impatto. La prima tocca l’autopercezione collettiva di una grande potenza: la perdita dell’invulnerabilità, il vulnus inferto al senso di integrità. La seconda riguarda i danni economici, in particolare nei settori del leisure. La terza, più profonda, investe l’ordine simbolico complessivo – quella catena di valore che le società avanzate hanno costruito intorno all’economia dei segni, delle esperienze, dei brand.
