Come un asteroide racconta l’infanzia del Sistema Solare
Le analisi dei campioni di Bennu rivelano un'origine sorprendente e il ruolo cruciale di Giove nella formazione dei primi corpi celesti.
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Dalla ricerca condotta presso l'Eth di Zurigo emergono risultati inattesi sulla genesi dell'asteroide Bennu. I materiali riportati sulla Terra dalla missione Osiris-Rex stanno riscrivendo le ipotesi sulla zona di formazione di questo corpo e di altri asteroidi primitivi, offrendo una prospettiva nuova sulla storia antica del nostro sistema planetario.
Le impronte isotopiche del materiale primordiale
I ricercatori hanno sottoposto i campioni di Bennu a un’analisi spettroscopica dei principali elementi presenti: ferro, titanio e cromo. La composizione isotopica di questi elementi funge da segnatura chimica, permettendo di ricondurre ogni materiale alla sua zona di origine nel disco protoplanetario. Lo studio ha rivelato una sorprendente convergenza: le firme isotopiche di Bennu corrispondono a quelle di Ryugu, visitato dalla missione giapponese Hayabusa2, e alle meteoriti carbonacee di tipo Ivuna. Questa corrispondenza suggerisce che i tre corpi celesti condividono un’origine comune, formandosi dallo stesso serbatoio di polvere cosmica.
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La zona di transizione come culla della nascita
Fino ad ora gli specialisti ritenevano che asteroidi di questa natura si fossero originati nelle regioni periferiche del Sistema Solare, in aree potenzialmente simili a quelle delle comete. I nuovi dati isotopici indicano invece una formazione diversa: il corpo progenitore di Bennu si sarebbe aggregato presso la linea del ghiaccio d’acqua, circa 4,5 miliardi di anni fa. Questa frontiera rappresenta il confine dove le temperature consentivano al vapore acqueo di trasformarsi in ghiaccio solido. In questo spazio di transizione, materiali provenienti dalle regioni interne ed esterne del giovane Sistema Solare si mescolarono, mentre la presenza di ghiaccio facilitava l’aggregazione delle particelle più minute. «Bennu è un ibrido» secondo la professoressa Maria Schönbächler, conservando caratteristiche di entrambe le zone.
Il ruolo determinante del gigante gassoso
Un elemento cruciale dello scenario proposto dai ricercatori riguarda Giove. Il gigante gassoso si formò molto precocemente, entro il primo milione di anni dalla nascita della nostra stella. La sua espansione rapida creò una sorta di barriera al passaggio dei materiali più densi attraverso il disco, mentre le particelle fini riuscivano ad aggirare questo ostacolo. Questo meccanismo avrebbe favorito il mescolamento dei materiali nella regione prossima alla linea del ghiaccio, dove successivamente si formarono i precursori di Bennu e degli asteroidi affini. In questa zona, il ghiaccio originario evaporò in parte, e il vapore acqueo si ricondensò nei materiali in formazione, spiegando la presenza di acqua rilevata nei campioni.
Una finestra sulla genesi planetaria
I materiali di Bennu rappresentano una documentazione eccezionale dello stato primitivo del nostro sistema. Rimasti relativamente inalterati dai tempi della loro formazione, conservano una testimonianza diretta della composizione chimica iniziale dalla quale evolvettero successivamente i pianeti rocciosi. La combinazione di acqua e materiale organico presente nei campioni fornisce inoltre informazioni preziose sui processi attraverso cui gli elementi essenziali per la vita raggiunsero il nostro pianeta.
Il prossimo capitolo di questa ricerca si scriverà grazie alla missione Mmx dell’agenzia giapponese, prevista per l’ottobre 2026, che raccoglierà campioni da Phobos. Il ritorno sulla Terra è atteso nel 2031, promettendo ulteriori rivelazioni sulle dinamiche dell’antico Sistema Solare.
