L’inchiesta di Irpi Media su Dataflow Security rivela come le agenzie di spionaggio costruiscono relazioni opache con aziende di cyberarmi
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La ricerca e lo sviluppo di strumenti per controllare dispositivi digitali rappresentano un settore multimiliardario dove governi e agenzie di intelligence sono i principali acquirenti. Un'inchiesta giornalistica del 2026 documenta come una società italiana nata nel 2019 sia diventata un attore rilevante in questo mercato, stretto tra esigenze commerciali internazionali e legami con apparati di sicurezza israeliani.
Dalla giovane promessa del tech al business delle armi digitali
Luca Todesco ha fondato Dataflow Security a 22 anni, già noto negli ambienti hacker per le sue capacità di identificare debolezze nei sistemi Apple. La rivista Irpi Media documenta come il profilo tecnico del fondatore si sia trasformato rapidamente in una struttura commerciale capace di attrarre clienti pubblici e privati in più continenti. Il valore di mercato della società è cresciuto costantemente, raggiungendo ricavi significativi soprattutto dalle operazioni estere.
Il ruolo di Israele e i dubbi sull’indipendenza
Secondo l’inchiesta, l’espansione internazionale di Dataflow è stata caratterizzata da un asse Italia-Israele presente fin dalle origini. Un momento cruciale è stato l’ingresso, a fine 2025, di Eyal Tsir Cohen, figura di primo piano negli apparati di sicurezza israeliani, alla guida di due società controllate da Dataflow in Israele. Cohen era stato candidato prima di questo incarico per dirigere Shin Bet, l’agenzia di sicurezza interna. «L’industria del cyber rimane una scatola nera», sostiene John Scott-Railton del Citizen Lab dell’Università di Toronto, aggiungendo che la trasparenza commerciale dovrebbe includere controlli esterni. La questione sollevata da Irpi Media riguarda se una simile interconnessione tra società private e figure apicali dell’intelligence statale garantisca effettiva autonomia gestionale.
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Come funzionano gli strumenti di sorveglianza digitale
Le cosiddette “zero-day”, vulnerabilità non ancora scoperte dai produttori di dispositivi, costituiscono il fondamento di questa industria. Gli exploit sono programmi che sfruttano queste debolezze per prendere il controllo remoto di smartphone, computer e altri apparati. Gli exploit “zero-click” rappresentano la versione più sofisticata: compromettono il dispositivo semplicemente ricevendo un messaggio, senza richiedere alcuna azione dall’utente. Secondo fonti dell’industria citate dall’inchiesta, un singolo exploit zero-click per iPhone può valere tra due e tre milioni di euro sul mercato.
La questione del controllo dopo la vendita
Un aspetto critico del settore, documenta Irpi Media, riguarda l’assenza di meccanismi di controllo dopo la commercializzazione. Una volta ceduto il codice al cliente, il produttore perde praticamente ogni capacità di monitorare come lo strumento verrà utilizzato. Questa lacuna è particolarmente rilevante considerando la documentazione disponibile sul ruolo della tecnologia cyber negli insediamenti occupati e nelle operazioni a Gaza, tema affrontato anche da fonti internazionali come il rapporto della relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese. Dataflow dichiara di operare «in ambienti pienamente democratici», ma la struttura intrinseca dell’industria rende estremamente difficile verificare come i prodotti vengono effettivamente impiegati.
Una rete globale costruita rapidamente
L’azienda base a Bassano del Grappa ha sviluppato una presenza internazionale strutturata: cinque società controllate distribuite fra Israele, Spagna e Stati Uniti. Irpi Media ha ricostruito una rete di consulenti legati ad agenzie di sicurezza americane ed europee, inclusi ex responsabili dei servizi olandesi e veterani della CIA. Nel 2026 Dataflow ha anche sottoscritto contratti con società di difesa statunitensi finanziate dall’Air Force. I dati finanziari mostrano come il 63 per cento dei ricavi provenga da mercati extra-europei.
