Libertà e necessità. Come Wallace smonta l’argomento del destino
Una ricerca filosofica sul significato di ciò che "potremmo" fare
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Nel 1985, il giovane David Foster Wallace affrontò un problema che attraversa la filosofia da oltre due millenni: se il futuro è già determinato, ha ancora senso agire nel presente? La sua tesi di dottorato, ora pubblicata da Einaudi, sostiene che la confusione fra diversi significati di "necessità" sia la vera radice dell'illusione fatalista.
La vicenda inizia nella Grecia del 480 a.C., durante la battaglia di Salamina. Quella notte, prima dello scontro navale fra Atene e l’impero persiano, la domanda che si pone è elementare: domani accadrà? È un interrogativo doppio. Se possiamo già detto che accadrà, come rimane possibile che non accada? La questione non è banale perché reca con sé conseguenze immediate per le scelte dei viventi.
La trappola della pigrizia
L’antica Grecia aveva notato il pericolo pratico del fatalismo, conferendogli persino un nome ironico: l'”argomento pigro”. Se ciò che succederà non dipende dalle nostre azioni, perché decidere di agire? Se il malato guarirà comunque, il medico resta superfluo; se non guarirà, neppure conviene cercarlo. Questo slittamento—da una teoria sul futuro a una regola di condotta nel presente—è la vera forza corruttrice del determinismo. Aristotele, nel suo De interpretatione, riconobbe il problema senza però farsi sorprendere: il futuro contingente rimane logicamente indeterminato finché non accade, pur essendo vero oggi che accadrà o non accadrà.
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La precisione delle necessità
Richard Taylor, nel 1962, aveva rimesso in circolazione l’argomento fatalista in forma contemporanea. Wallace individua il punto critico: Taylor confonde tipi di necessità che dovrebbero rimanere distinti. Un quadrato rotondo non può esistere per contraddizione logica. Un corpo materiale non può superare la velocità della luce per le leggi fisiche del nostro universo. Una persona non può toccare un muro lontano trecento chilometri per una questione di posizione spaziale. In tutti i casi diciamo “impossibile”, ma la qualità dell’impedimento cambia profondamente.
Costruire distinzioni
Con Jay Garfield e Jamie Rucker, Wallace elabora il Sistema J, uno strumento semantico che separa le impossibilità logiche, fisiche e situazionali. Questo permette di recuperare senso alla proposizione «avrebbe potuto agire diversamente». L’operazione è simile al lavoro dei filosofi medievali, che per secoli avevano coltivato la «arte delle distinzioni»: una cosa potrebbe essere necessaria solo sotto certe condizioni, e non necessaria in assoluto. Boezio, scrivendo dalla prigionia nel 524, aveva già proposto che Dio conosce le cose secondo il suo modo di conoscere—non sequenzialmente come gli umani, bensì simultaneamente. Da qui non segue che le azioni future siano già causalmente necessarie nel presente.
Perché è importante
Il merito di Wallace consiste nel mostrare che la nostra libertà di agire non si basa su un’astrattezza filosofica, bensì su distinzioni verbali precise. Smarrire queste distinzioni significa trasformare una descrizione del reale in una scusa per l’inazione—un errore con conseguenze concrete, allora come adesso.
