La storia del corpo ribelle. Come la genealogia riscrivel’accumulazione
Un'analisi delle teorie di Federici sulla riproduzione sociale, la stregoneria e i soggetti invisibilizzati.
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La storiografia tradizionale ha spesso omesso le voci di chi ha subìto lo sfruttamento senza poter raccontare la propria esperienza. Un approfondimento su come il pensiero genealogico riporta alla luce questi soggetti politici rimossi, dalla figura della strega ai corpi che hanno resistito ai processi di espropriazione.
Rileggere l’accumulazione in modo ricorsivo
La ricerca storica contemporanea interroga gli assunti della storiografia marxista ortodossa, in particolare la linea temporale che colloca i processi di accumulazione primitiva in un’epoca definita e conclusa. Secondo l’approccio genealogico, invece, questi meccanismi di espropriazione non appartengono al solo passato ma si ripetono, trasformandosi, nelle strutture contemporanee. Questa riconfigurazione teorica permette di comprendere come il presente eredita strategie di controllo e sottrazione che risalgono a periodi precedenti, e come le forme attuali di depredazione mantengono connessioni organiche con quelle storiche.
La categoria della riproduzione sociale diventa allora cruciale per decifrare queste continuità nascoste. Non si tratta soltanto di produzione materiale, ma di quella rete di attività, prevalentemente non retribuite e attribuite alle donne, che mantiene in vita la forza lavoro e perpetua la società nel tempo.
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Il ritorno dei soggetti invisibili
Una delle conseguenze di questo sguardo genealogico è la riapertura dello spazio storiografico alle soggettività che la narrazione dominante aveva relegato ai margini. Il corpo sociale ribelle—colui che si oppone, che trama, che si sottrae—non appare più come un semplice residuo del passato, bensì come figura persistente di conflittualità. La strega rappresenta in modo emblematico questo movimento: ripescata dalla repressione storica, diviene simbolo contemporaneo di resistenza contro le nuove forme di spoliazione.
Questo spostamento non è puramente simbolico. Connette infatti le lotte femministe, i movimenti operai e le resistenze alle politiche di aggiustamento strutturale in un’analisi che attraversa simultaneamente classe, razza e genere. L’intersezionalità non è qui una sovrapposizione decorativa di categorie, ma il riconoscimento che lo sfruttamento si articola su molteplici assi simultaneamente.
Una temporalità plurale per la storia
Ripensare l’accumulazione come processo ricorsivo implica anche rivedere la concezione della temporalità storica. La progressione lineare, propria di certa tradizione materialista, cede il posto a una configurazione più complessa, dove passato e presente non stanno in relazione di semplice successione bensì di risonanza e trasformazione. I cicli di conflitto e di riorganizzazione del dominio si intrecciano, generando nuove figure politiche di conflitto dalla sedimentazione dei conflitti precedenti.
