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martedì 27 Ottobre 2026
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Scienza

Cellule immunitarie riprogrammate: una strategia nuova per l’artrite reumatoide grave

Uno studio clinico tedesco mostra come le terapie cellulari, fino a oggi riservate all'oncologia, potrebbero trasformare il trattamento delle malattie autoimmuni

📰Rassegna stampa
Cellule immunitarie riprogrammate: una strategia nuova per l'artrite reumatoide grave
Foto di repertorio · Ajay Kumar Chaurasiya · CC BY-SA 4.0 · wikimedia

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I pazienti affetti da artrite reumatoide particolarmente grave e resistente alle cure convenzionali rappresentano una sfida medica ancora aperta. Ricerche condotte presso la Charité di Berlino suggeriscono che le cellule T modificate geneticamente potrebbero offrire una soluzione inattesa, portando alcuni malati a una remissione duratura senza necessità di farmaci quotidiani.

L’artrite reumatoide appartiene alla categoria delle patologie autoimmuni, caratterizzate dall’attacco errato del sistema immunitario contro i tessuti corporei propri. Nel caso specifico, le articolazioni subiscono infiammazioni ricorrenti e gonfiori progressivi che possono comprometterne irreversibilmente la struttura. I trattamenti farmacologici attualmente disponibili controllano i sintomi infiammatori ma non eliminano la malattia: i pazienti rimangono dipendenti da medicinali per tutta la vita, con conseguenti effetti avversi. In una frazione significativa di malati, definiti refrattari al trattamento, neanche le terapie biologiche innovative riescono a fornire sollievo adeguato, perpetuando dolore articolare cronico e perdita funzionale severa.

Perché le cellule B perpetuano l’infiammazione

La ricerca ha identificato un meccanismo centrale nella persistenza della malattia: il coinvolgimento di cellule B della memoria immunitaria. «Una ragione potrebbe essere la presenza di cellule B che guidano la malattia», spiegano i ricercatori, «cellule della memoria del sistema immunitario adattativo che possono sopravvivere nei linfonodi, nel midollo osseo o nei tessuti articolari dopo un’infezione, dove producono anticorpi dannosi diretti contro i tessuti del corpo e riaccendono ripetutamente l’infiammazione». Questi elementi trovano rifugio in serbatoi corporei profondamente inaccessibili, da cui continuano a ordire la produzione di anticorpi patogeni. Le terapie tradizionali faticano a raggiungerli e neutralizzarli.

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La strategia delle cellule CAR T adattata alle malattie autoimmuni

Originariamente concepite per combattere i tumori ematici, le cellule CAR T rappresentano un approccio immunoterapico radicale. Nel contesto oncologico, le cellule immunitarie del paziente vengono riprogrammate in laboratorio per riconoscere ed eliminare selettivamente cellule cancerose. L’intuizione rivoluzionaria è stata applicare la medesima strategia alle malattie autoimmuni, riorientando il “sensore” delle cellule immunitarie verso i bersagli patogenici specifici della malattia. Nel caso dell’artrite reumatoide, il bersaglio è la molecola superficiale CD19, presente su molte cellule B: un marcatore identificativo paragonabile a un «cartellino con il nome». Le cellule T del paziente vengono prelevate, dotate di un recettore chimerico (CAR) che riconosce CD19, e reinfuse nel corpo dopo una breve fase di preparazione con chemioterapia leggera. Una volta reintrodotte, cercano attivamente tutte le cellule B positive a CD19 e le eliminano sistemicamente.

I risultati del primo trial clinico

Lo studio COMPARE ha coinvolto sei pazienti tra 31 e 69 anni con artrite reumatoide avanzatissima: ciascuno aveva sperimentato fino a otto terapie biologiche o mirate senza beneficio sufficiente. I dati raccolti fino a 12 mesi indicano una diminuzione sostanziale dell’attività patologica in tutti i partecipanti. Tre pazienti hanno raggiunto una remissione prolungata, rimanendo privi di qualsiasi farmaco specifico per la malattia. Le analisi di laboratorio documentano crolli marcati negli autoanticorpi tipici dell’artrite reumatoide, mentre i livelli di anticorpi protettivi da precedenti vaccinazioni sono rimasti stabili. Tale osservazione suggerisce che il sistema immunitario si sia effettivamente “resettato”, eliminando le cellule B patogeniche residue nei depositi profondi.

Prospettive e cautele

Secondo la rivista Nature Medicine, dove lo studio è stato pubblicato, i risultati incoraggiano ulteriori investigazioni. Tuttavia, il monitoraggio a lungo termine degli effetti sulla memoria immunitaria rimane ancora necessario. La scala dello studio è contenuta e la durata dell’osservazione, ancorché promettente, non consente ancora conclusioni definitive sulla durabilità della remissione nel tempo.

Sintesi della redazione di Tribune Italia sulla base degli articoli indicati qui sotto. Per il testo completo rimandiamo alle fonti originali.

Fonti

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