Agnetti e lo spazio dopo l’immagine. La pratica della sottrazione alla GAM di Torino
Come il gesto cancella la visione e trasforma la fotografia in territorio di assenza
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La retrospettiva presso la Galleria Civica d'Arte Moderna di Torino nel 2026 accosta Vincenzo Agnetti a un momento cruciale della sua ricerca: quello in cui le sue indagini sul linguaggio abbandonano il commento teorico per divenire operazione materiale. La mostra non ripercorre semplicemente un tragitto cronologico, ma isola una soglia dove il sistema concettuale si muta in pratica di eclissi.
Dalla critica alla disattivazione
Curatori Chiara Bertola e Virginia Lupo hanno organizzato la rassegna intorno a un nucleo preciso: il passaggio che conduce dall’analisi dei sistemi linguistici alla loro implosione. Agnetti non smette di interrogare il potere delle forme espressive, ma cambia registro. Il segno non descrive più il reale; piuttosto, ne registra l’assenza come funzione produttiva. Ciò segna una trasformazione decisiva nella biografia artistica dell’autore.
L’annullamento fotografico come gesto
Le Photo-graffie, realizzate tra 1979 e 1981, incarnano questa radicale conversione. L’artista espone la pellicola fino al suo totale annerimento, eliminando qualsiasi potenziale di registrazione ottica. Il risultato non è negazione pura: sul fondo nero interviene il graffio, una traccia minima che non ripristina l’iconografia perduta bensì introduce una «micro-emersione locale del simbolo, sottraendolo definitivamente alla logica rappresentativa». La fotografia smette così di funzionare come apparato documentario e diventa luogo dove l’immagine sopravvive solo come assenza operativa.
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Estensioni verso il fragile
Le opere su feltro e su vetro radicalizzano ulteriormente questa strategia. Il tessuto assorbente sottrae rigidità al testo, trasformando la parola in presenza precaria e continuamente reversibile. Le superfici trasparenti, invece, non forniscono supporto neutro ma generano interferenza percettiva: la relazione tra interno e esterno non produce profondità illusoria, ma interruzione del significato. L’allestimento stesso partecipa al dispositivo, mantenendo i lavori in uno stato di visibilità controllatache impedisce fissazione definitiva.
L’eredità della sottrazione
Agnetti non aspirò mai alla produzione di immagine compiuta: la sua ricerca verifica le condizioni della sua impossibilità. In questo asse problematico, creazione e cancellazione coincidono. Il manifesto emerge soltanto come residuo di un processo di sottrazione sistematica. La rassegna torinese non propone una lettura celebrativa bensì la riattivazione di una matrice ancora operante.
