Dioniso e l’alterità: quando il teatro antico diventa specchio del presente
La regia di Theodoros Terzopoulos legge l'ultimo capolavoro di Euripide come riflessione sui confini e l'accoglienza dell'estraneo
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Nel Teatro Grande di Pompei, sullo sfondo delle pietre rovinate e dello Vesuvio, una produzione contemporanea trasforma le Baccanti in una meditazione su chi arriva da lontano. La scelta interpretativa non è semplicemente uno scherzo dramaturgico: rivela come i meccanismi emotivi del testo tragico rimangono sorprendentemente vivi.
La tragedia senza vittori
Le Baccanti rappresenta il confine fra l’antichità classica e tutto ciò che verrà dopo. Euripide la compose negli ultimi anni della sua vita, quando la città-stato ateniese attraversava una crisi profonda, e il testo incorpora questa frattura: il razionale e l’irrazionale, il civile e il selvaggio, l’umano e il divino cessano di essere categorie separate e si mescolano in una spirale dalla quale nessuno emerge indenne. Il personaggio di Penteo incarna il tentativo di mantenere l’ordine attraverso l’esclusione del caos, mentre Dioniso rappresenta il ritorno violento di ciò che è stato represso. Eppure nessuno dei due possiede completamente la ragione: il giovane re è arrogante e cieco di fronte all’incomprensibile, ma il dio si rivela altrettanto crudele e vendicativo, capace di trasformare il rito in strage.
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L’apollineo e il dionisiaco
La teoria di Nietzsche offre una chiave interpretativa duratura per questa opera. Il filosofo individuò nella Nascita della tragedia un conflitto generativo tra due forze: Apollo, che incarna misura, forma e distinzione, e Dioniso, che rappresenta l’ebbrezza, la fusione e la perdita dei confini individuali. La tragedia nascrebbe proprio da questo equilibrio precario; quando una forza cerca di annientare l’altra, il genere cessa di esistere. Le Baccanti narrano esattamente il momento di questa dissoluzione finale, quando l’ordine apollineo si frantuma sotto l’assalto di ciò che ha tentato di escludere.
Una presenza contemporanea
Dioniso abita ancora il nostro tempo, anche se con volti diversi. Secondo l’articolo della rivista, il dio delle metamorfosi riappare negli assembramenti di massa, nelle liturgie sportive, nei concerti che unificano migliaia di corpi in un’entità collettiva, nei social network che promettono connessione ma generano isterie condivise. Più profondamente, Dioniso incarna il desiderio di oltrepassare i limiti dell’io, di appartenere a qualcosa di più vasto. È questa natura cangiante che rende l’opera stessa «proteiforme, sfuggente», capace di essere interpretata come ritorno a una fede arcaica, testamento di un razionalista deluso, riflessione sul potere o meditazione sull’inconoscibilità del divino.
Il metodo di Terzopoulos
Il regista ateniese affronta questa tragedia per la settima volta nella propria carriera, affermando così che certi testi non si esauriscono mai. Da decenni sviluppa un’idea di teatro che non rappresenta il conflitto ma lo fa esplodere nel corpo dell’attore stesso. Il suo metodo poggia sul respiro, sulla tensione muscolare, sulla presenza fisica come origine primaria della parola tragica: il testo diviene liturgia e materia arcaica piuttosto che narrazione consumata dalla voce. A Pompei questa ricerca trova una dimora naturale, poiché le rovine del Teatro Grande non costituiscono un semplice sfondo archeologico ma partecipano integralmente alla rappresentazione.
Lo straniero che arriva
La scelta di interpretare Dioniso come figura del migrante, del profugo e dello sradicato non pretende di essere una sovrapposizione forzata al presente. Piuttosto, secondo l’articolo, rivela una verità antropologica: Dioniso è sempre straniero per sua natura, arriva da un altrove indefinito portando usanze e linguaggi che destabilizzano la comunità che lo riceve. Il parallelismo con chi contemporaneamente attraversa mari e deserti emerge come conseguenza inevitabile, non perché Euripide parlasse di migrazione, ma perché il meccanismo emotivo rimane invariato: la paura dell’alterità, del non classificabile, di ciò che sfugge alle proprie categorie mentali.
