Il paradosso del progresso secondo Žižek. Come pensare il futuro quando tutto crolla
Il filosofo sloveno sfida il racconto lineare della storia e propone una redenzione consapevole dei suoi costi
Pubblicità
Mentre il concetto moderno di progresso sembra dissolversi di fronte alle crisi contemporanee, il pensiero di Slavoj Žižek propone una strada alternativa: abbandonare l'illusione di una marcia inevitabile della storia e riconoscere invece come ogni avanzamento porti con sé un prezzo nascosto. Due saggi pubblicati tra il 2023 e il 2024 affrontano direttamente questa questione, interrogandosi su quale significato possa ancora avere il termine "progresso" in un presente dove passato e futuro sembrano irrimediabilmente aggrovigliati.
Il tempo lineare non esiste più. Questo è il punto di partenza della riflessione žižekiana. Non si tratta di una semplice osservazione teorica, ma di una diagnosi del contemporaneo: ministri della politica internazionale si ispirano a testi antichissimi, leader contemporanei si reinventano storici mentre costruiscono conflitti armati, imprenditori della tecnologia giustificano il loro ottimismo con riferimenti a testi biblici. Questi cortocircuiti fra epoche diverse rivelano qualcosa di più profondo: la nozione che il progresso sia uno sviluppo graduale, necessario e lineare non corrisponde più alla realtà percepita. Quella che Palomar considera «una lettura corretta» delle critiche al progresso moderno raccoglie un filo rosso: l’errore fondamentale delle visioni illuministe, marxiste, liberali e hegeliane consiste nell’aver presunto una direzione univoca degli eventi umani.
Quando il futuro diventa una minaccia
Se non c’è un futuro desiderabile davanti a noi, cosa resta? Secondo il ragionamento di Žižek, quella che il pensatore francese Jean-Pierre Dupuy definisce «apocalisse fissa» costituisce l’orizzonte invisibile verso cui tende la realtà abbandonata a se stessa: guerra nucleare, collasso ecologico, disordine economico globale. «Nella situazione apocalittica odierna, il nostro orizzonte ultimo – il futuro – è ciò che Jean-Pierre Dupuy chiama il “punto fisso” dispotico» (Too Late to Awaken). Non si tratta di una catastrofe imminente, bensì di un’attrazione magnetica che riorienta continuamente le nostre azioni verso il peggio. Di fronte a tale scenario, ripensare il progresso non è lusso teorico, ma necessità urgente.
Pubblicità
Riconoscere il costo del cambiamento
Il primo gesto necessario consiste nel rifiuto esplicito di ogni concezione universale del miglioramento. Non importa se formulata da Marx, da liberali quali Francis Fukuyama o dalla dialettica illuminista: la linearità stessa deve essere abbandonata. Ma qui emerge la critica più incisiva di Žižek alle vecchie teorie: esse operavano sistematicamente una dissimulazione, nascondevano le contraddizioni su cui poggiavano. Un autentico concetto dialettico di progresso, invece, deve partire dal riconoscimento che «ogni volta che uno stadio nuovo e più elevato sopraggiunge, ci deve essere un uccello schiacciato da qualche parte» (Against Progress).
Questo non significa paralisi. Al contrario, significa trasformare il progresso in un’operazione consapevole di redenzione: un processo che si rende esplicita la propria localizzazione geografica e ideologica, che cessa di fingere universalità e ammette le moltiplicità, le complessità e le inconsistenze su cui si regge. Solo così il progresso diventa «autentico».
La lezione della modernità filosofica
Sorprendentemente, questa prospettiva non rappresenta una novità assoluta. Kant già affermava che il valore della Rivoluzione Francese non risiedeva nelle sue conquiste politiche concrete, ma nell’entusiasmo che generò, nel segno che offriva della capacità morale umana. L’idealismo tedesco sviluppò ulteriormente questa intuizione: il progresso non consiste nell’attualizzazione completa delle potenzialità, bensì nel mantenimento di uno «slancio segreto verso la potenza» (Against Progress).
Analizzare prima di agire
La critica più radicale di Žižek riguarda però il presente immediato. Riprendendo la domanda leninista «che fare?», il filosofo ricorda che tale questione presuppone una preliminare «analisi concreta di situazioni concrete». Le crisi odierne non sono eventi che richiedono semplici risposte, ma il risultato di un guazzabuglio ideologico dove le vecchie opposizioni (progressisti vs conservatori, sinistra vs destra, secolarizzazione vs religione) persistono, ma hanno perso ogni simmetria. Un’ibridazione dialettica di logiche apparentemente estranee caratterizza invece il campo contemporaneo. Per questo motivo, secondo la rivista Palomar, «tutto dovrebbe essere ripensato» e bisogna «ricominciare dal punto zero».
