Il simbolo abbattuto. Quando l’ambientalismo diventa gesto estremo
La storia vera dietro la caduta dell'albero leggendario delle Haida Gwaii
Pubblicità
Nel gennaio del 1997 un albero giallo come l'oro, rimasto in piedi per oltre tre secoli nelle isole Queen Charlotte della British Columbia, fu deliberatamente abbattuto in una notte. L'evento non fu un semplice atto di vandalismo: rappresentava lo scontro tra due visioni del mondo, quella indigena e quella capitalista, incarnate nella figura enigmatica di chi commise il gesto e nella reazione della comunità Haida.
L’albero che parlava agli spiriti
Per i nativi Haida il K’iid K’iyaas, nome del peccio sitchensis dorato, non era una curiosità naturale ma un’entità spirituale. Secondo le loro credenze, l’albero incarnava un bambino trasformato dalla magia, e la sua scomparsa venne interpretata come un omicidio rituale. Un reverendo lo descrisse come ciò che «ci teneva insieme e ci elevava al divino». Scientificamente l’albero rappresentava un’anomalia biologica: i suoi aghi mancavano di clorofilla, il pigmento necessario alla fotosintesi, eppure era sopravvissuto e cresciuto per secoli circondato da esemplari normali. La sua unicità lo rese meta turistica, proprio mentre la foresta circostante veniva sistematicamente rasa al suolo.
L’eredità della devastazione
Da quando i capitani Cook e Meares raggiunsero il Pacifico settentrionale negli anni ’70 del Settecento, l’industria del legname aveva trasformato paesaggi interi in terre morte. Le coste un tempo coperte di foreste fino alla battigia, per una lunghezza di oltre ventisettemilachilometri, erano diventate fronti di estrazione industriale. Gli Haida, che per secoli avevano prelevato dalla natura senza consumarla, videro le loro terre convertite in capitale. I boscaioli lavoravano in condizioni mortali, maneggiando strumenti letali con alberi alti fino a ottanta metri in costante pericolo di crollo. Quando un operaio moriva schiacciato da un tronco, il corpo veniva spostato lateralmente e il lavoro proseguiva fino al tramonto.
Pubblicità
L’uomo che gridò attraverso un albero
Grant Hadwin, tecnico esperto della pianificazione del taglio, aveva visto il peccio d’oro nel 1986. Nel 1987 attraversò una crisi spirituale che lo spinse a un cambio radicale di prospettiva. Fin dagli anni ’80 aveva denunciato i tagli rasi che causavano frane, contaminazione delle acque, incendi devastanti. Non poteva accettare che il mondo ammirasse una singola pianta mentre il resto della foresta veniva «sventrata». Il suo gesto nella notte del venti gennaio 1997—nuotare il fiume Yakoun e indebolire il tronco fino al primo temporale—non era pura distruzione ma una dichiarazione di guerra contro l’ipocrisia ecologica. Secondo la rivista alleo.it, «abbiamo il vizio di guardare ai singoli alberi come il peccio d’oro, mentre il resto della foresta viene sventrato».
La scomparsa e il mistero
Hadwin non si presentò al processo il diciotto febbraio 1997. Furono trovati i resti di un kayak e effetti personali al largo della costa britannica, ma il suo destino rimane ignoto. Alcuni credono sia annegato, altri che sia fuggito sfruttando la sua straordinaria capacità di sopravvivenza. Lo scrittore canadese John Vaillant ha ricostruito questa vicenda intrecciando la biografia di Hadwin con la storia dei popoli Haida, la quotidianità violenta del lavoro forestale e il conflitto irrisolto tra conservazione e profitto.
