La legittimità del racconto artistico di fronte al trauma altrui
Come il cinema affrontò a Venezia 2026 il dilemma etico tra testimonianza e creazione
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La Biennale Cinema di Venezia ha posto al centro del dibattito una questione destinata a restare senza risposta definitiva: chi può raccontare il dolore che non ha provato direttamente? Non è una domanda nuova, ma la violenza contemporanea l'ha resa ancora più urgente e lacerante per artisti e intellettuali.
Conflitti globali, responsabilità artistiche
Due film hanno scatenato polemiche che vanno oltre la critica estetica. Nel primo, Dau di Ilya Khrzhanovsky, le autorità ucraine hanno contestato sia la nazionalità del regista sia la presenza nel cast di Teodor Currentzis, accusandoli di appropriazione di una storia ucraina da parte di figura legate a Mosca. Nel secondo, Naza di Yuval Abraham e Rachel Szor, critiche opposte hanno colpito gli stessi realizzatori: alcuni li accusavano di tradimento nazionale, altri ritenevano che avessero monopolizzato una narrazione palestinese già presente negli scritti di giornalisti locali. I cineasti hanno risposto alle accuse in modo articolato, eppure il conflitto rimane sintomatico di un’epoca in cui i confini tra diritto di raccontare e dovere di astenersi diventano sempre più sfumati.
Il dubbio legittimo di Agatha
Kuba Dorabialski ha esplorato proprio questo dilemma in Agatha the Writer. La protagonista, una scrittrice polacca residente in Australia, intende ambientare un racconto a Sarajevo dopo un breve soggiorno. Due abitanti della città le pongono domande imbarazzanti: una regista teatrale nega la legittimità di chi non ha subito l’assedio; una donna che ha perso familiari durante il conflitto distingue tra il lavoro del giornalista, «che racconta la verità», e la finzione, che per lei costituisce mistificazione. Agatha scrive comunque il suo racconto, cercando di trasfigurare l’esperienza in «metafora e simbolo». Tuttavia il suo testo finale—una storia intima di un padre e una bambina—aggira le sofferenze reali degli abitanti di Sarajevo e le obiezioni che le sono state mosse. L’opera diventa consolatoria, una «favola efficace» protetta da effetti sonori che ne enfatizzano l’effetto emotivo anziché mantenerne la complessità.
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Quando l’indagine storica si trasforma in testimonianza
A veces me entra tristeza, otras veces rebelión, di Eva Bianco e Roger Koza, propone un percorso diverso. Il film mescola la ricerca storica sulle lotte sindacali con interviste dirette a lavoratori e lavoratrici contemporanei. Il protagonista, inizialmente scettico nel confrontare il passato con il presente, esce dai confini accademici per «dare la parola» a chi continua a subire sfruttamento. L’ultimo intervistato è una giovane migrante che ha scoperto la propria vocazione cantando versi che rimandano ai contadini di un secolo precedente. La tristezza e la rabbia risuonano attraverso i decenni. Diversamente da Agatha, il film non produce una creazione autonoma: raccoglie voci autentiche e le amplifica, riconoscendo il loro diritto primario al racconto.
Irrisolubile e urgente
«Ateatro» nel 2026 non pretende di risolvere il conflitto fra arte e responsabilità politica. Piuttosto, evidenzia che artisti e intellettuali ne sono pienamente consapevoli e affrontano il problema con serietà e ambiguità. Il teatro e il cinema rimangono spazi dove cercare comprensione reciproca, ma questa ricerca non può ignorare le contraddizioni del reale né assolversi dal rischio di appropriazione e distorsione.
