La madre come specchio dell’Italia: un percorso attraverso il cinema nazionale
Come il grande schermo ha trasformato la figura materna da simbolo domestico a testimone della storia collettiva
Pubblicità
Nel cinema italiano, la madre non è soltanto una figura affettiva. Rappresenta piuttosto un territorio simbolico dove la società proietta le proprie contraddizioni, paure e aspirazioni, evolvendo nel tempo da icona di sacrificio a soggetto complesso e fragile.
Dal muto al ritratto psicologico
Nei primi decenni del Novecento le attrici come Lyda Borelli e Francesca Bertini evocavano l’idea di maternità attraverso presenze quasi eteree. Con l’avvento del sonoro questo immaginario si trasformò in corpo concreto e profondità psicologica. In Teresa Venerdì del 1941 emerge una figura che accoglie, mentre i bambini ci guardano (1943) stravolge completamente lo schema: Isa Pola interpreta una madre che sceglie il desiderio, il tradimento, provocando una vera frattura nella costruzione mitologica della donna italiana.
Corpo di resistenza nel dopoguerra
La fase successiva alla guerra vide la madre trasformarsi in forza politica. Sciuscià rappresenta Roma stessa come corpo materno che nutre e insieme divora i propri figli. In Ladri di biciclette la maternità assume forma concreta nel sacrificio: una donna che vende le proprie lenzuola di dote per preservare l’onore della famiglia, gesto che anticipa tematiche ancora contemporanee. Sofia Loren in La Ciociara (1960) incarna la protezione materna contro la violenza, un ruolo che le valse l’Oscar nel 1962, mentre Anna Magnani in Bellissima (1951) rappresenta «una madre potenza» disposta a tutto per il destino dei figli, scoprendo solo troppo tardi il prezzo della propria ambizione.
Pubblicità
Gli anni del boom e la moltiplicazione dei volti
Durante l’espansione economica italiana emerse una biforcazione. Mentre la commedia riduceva la madre a stereotipo ingombrante, altri registi ne scrutavano la complessità. Visconti con Rocco e i suoi fratelli crea una maternità primordiale, biologica, indifferente alle categorie morali. Pasolini in Mamma Roma (1962) trasforma la redenzione impossibile di una prostituta nel simbolo di una classe che non può sottrarsi alle proprie origini.
La frammentazione contemporanea
Dagli anni Settanta in poi la madre smette di rappresentare certezze. Diventa assenza, incompiutezza, spazio di nevrosi. Con gli anni Duemila emerge una figura che abita il vuoto piuttosto che colmarlo: Laura Morante in La stanza del figlio (2001) propone una donna che non recita il dolore per la perdita del figlio, ma lo vive in profondità. Micaela Ramazzotti in La prima cosa bella (2010) incarna una scelta radicale, il diritto a fuggire dalla maternità totale.
La madre nel nuovo millennio
Negli ultimi film, la maternità si carica di complessità storica e sociale. Nicoletta Braschi in Lazzaro felice (2018) rappresenta la madre come marcatore di classe. Penélope Cruz in L’Immensità (2022) è contemporaneamente carne, desiderio e complice nei conflitti di identità della generazione successiva. La madre italiana del cinema recente non offre risposte: pone domande sulla memoria, il potere, l’emancipazione.
