L’archivio censurato del cinema: quando le donne nere riscrivono la storia
The Watermelon Woman di Cheryl Dunye mostra come il cinema può recuperare identità cancellate dalla cultura dominante
Pubblicità
Nel 1996 Cheryl Dunye dirige un film che diventa manifesto visivo di una riscrittura impossibile: quella di un'attrice afroamericana degli anni Trenta, conosciuta solo come "la Donna Anguria", senza nome né dignità. Attraverso forme ibride—mockumentary, saggio filmico, autobiografia—il film interroga come la storia ufficiale ha cancellato intere identità e cosa accade quando si decide di restituire loro uno spazio.
Il silenzio come violenza storica
L’apparizione sullo schermo di donne nere durante il primo secolo del cinema era controllata e subordinata: ruoli marginali di domestiche, nutrici, accessori narrative. Nessun nome proprio accompagnava queste figure, solo epiteti svilenti che le riducevano a oggetti di scena tra gli elementi di regia. La giovane videomaker Cheryl, protagonista del film interpretata dalla stessa Dunye, scopre casualmente questo vuoto identitario consultando una videocassetta in una videoteca. Questa scoperta accidentale diventa il punto di partenza di un’indagine che parallelamente riguarda lei stessa: attribuire un nome alla donna cancellata significa riconoscere la propria appartenenza, rivendicare diritti e battaglie storicamente negate.
Il falso documentario come atto di rivolta
Dunye sceglie una forma filmografica che rifiuta la serietà convenzionale. Utilizza elementi della sitcom televisiva—luci piatte, didascalie decorative, humor quotidiano—intrecciandoli con il registro del saggio e l’autobiografia diaristica. Questa ibridazione non è casuale, ma funzionale: consente di raccontare una storia tradita dalla cultura dominante (bianca, patriarcale, colonialista) senza riprodurne i linguaggi. La regista diventa simultaneamente autrice, spettatrice, archivista e soggetto amoroso, un’identità fluida che mette costantemente in discussione il proprio punto di vista e la propria autorità narrativa.
Pubblicità
Costruire immagini dove c’è assenza
Il materiale su cui lavora Dunye non esiste: sono i vuoti non ripresi, le parti di pellicola censurate o mai girate perché gli sguardi egemoni non hanno mai ritenuto opportuno documentare le vite di donne nere con dignità. L’archivio diventa allora spazio di fiction, di rimessa in scena consapevolmente falsa, dove le assenze diventano materia lavorabile. Come la poeta Audre Lorde ha riscritto il mito medievale dell’Unicorno Nero trasformando una creatura di purezza in un essere «ingordo, impaziente, implacabile», Dunye rovescia le mitologie visive imposte dalla Storia: contro la donna remissiva, contro la domestica silenziosa e sorridente, costruisce alternative dissacranti.
Memoria alternativa senza nostalgia
Il gesto radicale di Dunye si concentra sulla riconfigurazione autobiografica dell’archivio, una pratica che esplora anche il cinema successivo—come nel documentario Un’ora sola ti vorrei di Alina Marazzi (2003), dove il found footage restituisce dignità a una madre intrappolata in home movies di falsa felicità. Entrambe le opere rifiutano sia la nostalgia che la cancel culture acritica. Non si tratta di cancellare la Storia, ma di aggiungere a quella ufficiale uno spazio laterale, integrativo, dove i reietti ricevano finalmente l’immagine che avrebbero dovuto avere fin dall’inizio: normalità, non eccezione.
