L’università italiana tra fragile espansione e contrazione strutturale
Quindici anni di riforme hanno ampliato le disuguaglianze mentre la precarietà diviene norma nel lavoro accademico.
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Un quindicennio dopo la riforma Gelmini, il sistema universitario italiano mostra contraddizioni profonde. A fronte di retoriche sul finanziamento per il merito, i dati rivelano un'architettura sempre più diseguale, dove la riduzione delle risorse si concentra su specifiche regioni e atenei, mentre la struttura del personale accademico si trasforma radicalmente.
I numeri della contrazione selettiva
La ricerca pubblicata da Roars ricostruisce un quadro preciso degli effetti finanziari. Secondo l’analisi, dal 2008 in poi si è verificata una “compressione selettiva e cumulativa” dei fondi per l’istruzione superiore. I dati mostrano che a prezzi costanti il Fondo di Finanziamento Ordinario è tornato ai livelli pre-riforma solo nel 2021, per poi contrarsi di nuovo. Parallelamente, la parte di risorse distribuite su base competitiva è cresciuta dal 7 al 30 per cento tra il 2009 e il 2021. Questa dinamica non ha interessato uniformemente il territorio nazionale: gli atenei meridionali e le sedi più piccole hanno subito riduzioni sproporzionate, creando una segmentazione tra università di diverso rango. La conseguenza è stata l’ampliamento di disuguaglianze territoriali già esistenti.
Il paradosso del merito
Emerge un contrasto vistoso tra la retorica ufficiale e la distribuzione effettiva dei fondi. La narrativa dominante presentava i finanziamenti competitivi come strumenti per premiare la qualità della ricerca attraverso le valutazioni amministrative. Tuttavia, analisi specifiche hanno dimostrato che la quota premiale ricevuta da ciascun ateneo risulta proporzionale semplicemente alle sue dimensioni, misurate dal numero dei docenti. L’introduzione dei dipartimenti di eccellenza, con indicatori costruiti sulle stesse valutazioni, ha anch’essa operato una redistribuzione sperequata tra sedi, amplificando divergenze statisticamente non significative.
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La trasformazione del lavoro accademico
La precarizzazione rappresenta il cambiamento più visibile. Nel 2010 circa l’81 per cento del personale di ricerca e insegnamento aveva contratti stabili; nel 2020 questa quota era scesa al 65. I ricercatori a tempo determinato, assegni di ricerca e figure precarie sono passati da una minoranza a quasi un terzo del corpo accademico. Una legge del 2022 aveva proposto di regolarizzare queste posizioni introducendo il Ricercatore in Tenure Track, dotandolo di tutele equiparabili ai contratti europei. Eppure, sottolinea l’articolo, i governi successivi hanno utilizzato i fondi straordinari del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per espandere proprio le figure tradizionali precarie, raddoppiando gli assegni di ricerca tra il 2023 e il 2024. Migliaia di ricercatori reclutati con questa modalità vedranno scadere i loro contratti entro il 2027.
Verso una ricerca distorta
La valutazione amministrativa sistematica, introdotta come leva di miglioramento, ha avuto effetti inattesi. «L’hanno aumentato la produttività, ma anche le distorsioni nei comportamenti scientifici», secondo quanto emerge dall’inchiesta. Questa dinamica riflette tensioni più ampie: il sistema spinge verso risultati misurabili e competizione, ma con risorse decrescenti e personale precario, generando comportamenti che possono compromettere l’integrità della ricerca stessa.
