Manganelli e il presepio: dove il sacro diventa infernale
Lo scrittore trasforma l'iconografia natalizia in un'indagine sull'orrore dell'esistenza
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Giorgio Manganelli, morto nel 1990 mentre compiva il gesto più ordinario possibile, ha lasciato dietro di sé un'opera enigmatica che rovescia completamente la visione tradizionale della festività più popolare. Nel suo dattiloscritto postumo dedicato al presepio, lo scrittore costruisce un'architettura di significati in cui la celebrazione domestica si trasfigura in teatro dell'abisso.
La perplessità davanti al Natale costituisce il punto di partenza da cui Manganelli muove la sua indagine. Secondo l’autore, i segni che annunciano l’approssimarsi della festività non sono gioia o serenità, bensì un’inquietudine diffusa, una malinconia vischiosa che penetra ogni interstizio della coscienza. Questa condizione emotiva non rappresenta una novità nel corso dell’anno, ma acquista durante il periodo natalizio una continuità oppressiva, trasformandosi nel messaggio stesso che la festività intende comunicare. L’opera sostiene che «vivere è una bestemmia proferita tra il disonesto e l’intollerabile», legando direttamente l’infelicità natalizia a una dimensione più profonda dell’essere.
Il presepio come luogo di capovolgimento
La rappresentazione del presepio si configura nell’interpretazione manganelliana non come spazio innocente di devozione, ma come luogo labirintico dove regna il disordine. I personaggi che lo abitano non ascendono dalla tradizione religiosa in modo lineare: Manganelli li reimmagina come creature provenienti dagli inferi, che si arrampicano verso la superficie terrena portando il Bambino come un carico da distribuire tra le spalle. La mangiatoia stessa diviene, in questa lettura, la bocca dell’Inferno mascherata da oggetto domestico.
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Lo svuotamento spirituale della festa
L’autore descrive il Natale come devastazione cristallina che produce deperimento spirituale su scala planetaria. La recita del rafforzamento dei legami familiari nasconde, secondo questa prospettiva, una sottile riduzione dell’umanità. I bambini, attorno a cui ruota formalmente la celebrazione, vengono strumentalizzati come toppe colorate da cucire sulla trapunta dell’insania collettiva. L’iconografia festiva—luci, aromi arcaici, cerimonie magniloquenti—rappresenta un sistema di mascheramenti che distrae dalla realtà dell’orrore sottostante.
L’antropologia del presepio manganelliano
I personaggi presepiali operano, nella visione dello scrittore, come intermediari tra mondi. Nonostante provengano dalle viscere del pianeta, essi trafficano con la morte umilmente e gentilmente, con l’umiltà attribuita a carnefici, professori, burocrati. Nel sincronismo spaziotemporale della scena di cartapesta, i pupazzi diventano dèmoni che ascendono per servirci il delirio della vita insensata. Questa operazione allucinatori rappresenta, per Manganelli, la spiegazione da baraccone dell’assurdità del nostro protrarsi biologico.
