Oltre lo schermo: quando il cinema scopre il suono come salvezza
La rivista «Antinomie» esplora le ragioni nascoste dietro l'affascinante fenomeno del cinema senza immagini
Pubblicità
Perché rinunciare alle immagini al cinema? La domanda potrebbe sembrare provocatoria, eppure rappresenta il filo conduttore di una riflessione più profonda sulla condizione contemporanea dello spettatore e sul futuro del mezzo cinematografico. Un numero collettivo della rivista transalpina dedicato al documentario ha affrontato il tema con il titolo "Ad occhi chiusi", scoprendo che la pratica del cinema auricolare – cioè fruibile unicamente attraverso l'ascolto – non è una stranezza marginale, ma una chiave per comprendere trasformazioni cruciali della nostra esperienza…
Quando gli occhi si stancano
Lo stimolo iniziale per riconsiderare il ruolo della visione nel cinematografico proviene da un’osservazione della ricerca accademica contemporanea. All’inizio degli anni Venti, uno studioso di Stanford ha documentato come l’uso pervasivo dei software di videochiamata generi un affaticamento cognitivo specifico, riconducibile a quattro fattori: «l’eccessiva visione ravvicinata, lo sforzo cognitivo, l’aumento dell’autovalutazione osservandosi sullo schermo, i vincoli alla mobilità fisica». Questo fenomeno ha generato interesse immediato presso i pubblici di lingua francese e persino presso le istituzioni governative, segno di una preoccupazione collettiva rispetto agli effetti dell’onnipresenza schermica.
In questo contesto, la scelta di privilegiare l’ascolto anziché lo sguardo si propone come strategia di resistenza consapevole o inconscia contro la saturazione iconica che caratterizza le ecologie contemporanee. Il rinnovato successo della narrazione sonora in streaming potrebbe testimoniare proprio questo bisogno di sottrarsi all’estenuazione visiva, almeno temporaneamente.
Pubblicità
Cinema senza energia elettrica
Una questione ancora più radicale sottende la ricerca sulla cinematografia auricolare: cosa ne sarà del patrimonio filmico qualora le infrastrutture energetiche su cui il mezzo si fonda dovessero collassare? La fragilità dei nostri sistemi logistici globali pone una domanda tanto pragmatica quanto perturbante sul futuro della conservazione e della trasmissione culturale.
Partendo da questa premessa, un recente lavoro teatrale ha reinterpretato un capolavoro dell’azione hollywoodiana senza alcun ricorso all’apparato tecnico tradizionale. La versione “unplugged” si affida unicamente alla voce e al corpo dell’attore, trasformando lo spettatore in collaboratore attivo dell’immaginazione. L’operazione rivela come la memoria collettiva di un film, condivisa tra chi conosce l’opera originale e chi la scopre, possa generare senso attraverso la sola narrazione verbale e gestuale.
Il ritorno alla voce umana
In questa prospettiva, il mezzo più elementare per trasmettere il cinema risiede nel linguaggio e nel corpo che lo sostanzia. La pratica quotidiana di raccontare a parole una pellicola vista più volte con gli amici rappresenta già una forma primitiva di questa competenza. Tutti siamo potenzialmente capaci di diventare “proiettori” attraverso la parola, affidandoci alle facoltà immaginative dell’ascolto.
Imparare a memoria e narrare film significativi rappresenterebbe così una preparazione involontaria per scenari di declino tecnologico, ma anche una riscoperta di facoltà espressive che l’epoca contemporanea ha marginalizzato. Il corpo umano e la voce si rivelano infrastrutture culturali paradossalmente più resistenti e democratiche rispetto alle bobine o ai file digitali.
