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lunedì 26 Ottobre 2026
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Arte

Pompei non si fermò al 79 d.C. L’archeologia racconta una città abitata per quattordici secoli

Dalle strutture lignee del Tardo Antico ai forni del Rinascimento: l'Insula Meridionalis restituisce i segni di una presenza umana discontinua ma persistente

📰Rassegna stampa
Pompei non si fermò al 79 d.C. L'archeologia racconta una città abitata per quattordici secoli
Foto di repertorio · Gary Todd from Xinzheng, China · Public domain · Wikimedia Commons

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La figura di Pompei congelata dall'eruzione vesuviana appartiene a una narrazione incompleta. Scavi recenti nell'Insula Meridionalis dimostrano che uomini e donne continuarono a frequentare i ruderi della città romana per oltre un millennio, adattandone gli spazi ai loro bisogni quotidiani. Dalle macine per cereali ai forni da pane, i reperti raccontano di comunità che trasformavano domus abbandonate in ambienti di lavoro e sopravvivenza.

Quando l’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. seppellì Pompei, non sigillò la sua storia. Il Parco Archeologico ha documentato attraverso il progetto di consolidamento dell’Insula Meridionalis che la città continuò a essere frequentata almeno fino al V secolo. Le indagini, pubblicate nel 2026 nell’e-Journal degli Scavi, rivelano una sequenza di rioccupazioni che attraversa il Tardo Antico e, sorprendentemente, raggiunge il Rinascimento. Il quadro che emerge non è quello della magnificenza classica, ma di una «presenza umana prolungata» legata a attività quotidiane essenziali: accensione di fuochi, cottura del pane, macinazione di cereali.

Le rovine come risorsa pratica

L’ambiente 65 degli Horrea esemplifica la prima strategia di riuso. Buche di palo evidenziate dagli scavi documentano strutture in legno realizzate tra la fine del I e il II secolo. Le rovine della città non rappresentavano solo tracce del passato, ma materiale edile pratico: blocchi, elementi architettonici e pietrame potevano essere recuperati e reimpiegati. Questo ciclo di spolio e ricostruzione caratterizza almeno due fasi distinte, una compresa tra il I e il III secolo, una seconda tra il IV e il V.

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La Casa dei Mosaici Geometrici trasformata

La ricerca acquisisce dettagli più precisi nella Casa dei Mosaici Geometrici, dove la documentazione archeologica consente di ricostruire usi specifici. Gli ambienti residenziali persero la funzione originaria per adattarsi a esigenze domestiche e produttive. Materiali di spolio furono impiegati per realizzare «piani di cottura, fuochi, forni da pane, macine e strutture lignee» che fungevano probabilmente da depositi. Nell’ambiente 28, buche di palo indicano una struttura verticale destinata probabilmente a sostenere solai o coperture, restituendo un’architettura oggi quasi completamente scomparsa.

Testimonianze di fuoco e lavoro

L’ambiente 17 fornisce prove ancora più tangibili di questa vita reinventata. Il pavimento romano in cocciopesto fu deliberatamente rotto per installare murature nuove e un bancone con focolare semicircolare in laterizi. Ceramica sigillata africana della seconda metà del IV secolo e una moneta dell’imperatore Valente (364-378 d.C.) consentono di datare con precisione questa frequentazione. Pochi oggetti parlano con voce forte: un fuso in osso lavorato suggerisce attività domestiche di filatura, connesse alla vita ordinaria di chi abitava quegli spazi.

Cisterna trasformata in panificio

Tra i ritrovamenti più significativi emerge dall’ambiente III: una cisterna romana perduta della funzione originaria fu trasformata in forno domestico di piccole dimensioni. La camera di cottura, circolare, poggiava su livelli databili tra III e IV secolo, con utilizzi prolungati fino al V. Tre focolari e un forno secondario scavato nel terreno completano il quadro di un’area specializzata nella preparazione del pane. Un follis di Costantino II del 326 d.C. fissa un termine cronologico inequivocabile. Una macina in pietra lavica, rinvenuta a livello inferiore tra il IV e il V secolo, attesta lavorazione di cereali collegata a queste strutture di cottura.

Dall’Antico al Rinascimento: il salto temporale

Il racconto compie un balzo di mille anni. Nella zona detta “Area in abbandono” tra il Tempio di Venere e la Casa di Championnet, gli archeologi hanno identificato preliminarmente tracce riferibili al XV-XVI secolo. Le nuove murature erano impostate direttamente sopra i livelli di cinerite e lapilli del 79 d.C., rimodellati per rendere utilizzabili gli ambienti. Il deposito vulcanico diviene letteralmente il terreno su cui si costruisce la fase successiva di frequentazione.

Sintesi della redazione di Tribune Italia sulla base degli articoli indicati qui sotto. Per il testo completo rimandiamo alle fonti originali.

Fonti

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