Quando i geni e le lingue seguono strade diverse. La ricerca sulla diversità linguistica mondiale
Uno studio globale rivela come l'isolamento demografico modella le strutture del linguaggio ben più del contatto tra popolazioni
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La varietà linguistica planetaria non dipende solo dal numero di idiomi parlati in una regione, ma dalla loro struttura profonda. Una ricerca internazionale ha indagato se questa diversità strutturale sia legata al grado di isolamento genetico delle comunità, scoprendo un legame complesso che sfida le ipotesi consolidate.
Quando si parla di diversità linguistica, il primo istinto è contare: quante lingue convivono in un dato territorio? Eppure, questa metrica cattura solo parte della realtà. Due sistemi linguistici possono coesistere in una medesima area mantenendo strutture radicalmente diverse—come accade nel Caucaso o in Nuova Guinea—oppure lingue geograficamente distanti possono organizzarsi in modi sorprendentemente simili. La struttura linguistica riguarda i principi fondamentali: come si sequenziano soggetto, verbo e oggetto; se il tono della voce discrimina significati diversi; come si costruiscono le relazioni grammaticali tramite suffissi o particelle. L’italiano segue un ordine soggetto-verbo-oggetto, mentre molte lingue asiatiche preferiscono strutture alternative, altrettanto naturali per chi le pratica quotidianamente.
Il database che unisce geni e lingue
Chiara Barbieri e colleghi dell’Università di Cagliari hanno affrontato una questione che i linguisti riconoscevano da tempo: perché certe aree geografiche concentrano lingue strutturalmente molto diverse, mentre altrove i tratti linguistici si diffondono su vaste distanze? Per rispondere, hanno sviluppato GeLaTo, un database che integra dati genetici, coordinate geografiche e profili linguistici. Il presupposto teoretico risale a Charles Darwin: le parentele tra lingue possono illuminare le relazioni tra popolazioni. Nel secondo Novecento, Luigi Luca Cavalli-Sforza quantificò questa intuizione, osservando come geni e lingue seguissero traiettorie parallele su scala continentale. Tuttavia, occorreva aumentare la risoluzione, passando dal livello continentale alle singole comunità locali.
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Come si misura la diversità strutturale
Lo studio ha suddiviso la terra ferma in una griglia geografica: celle di circa 500 chilometri di diametro nella versione principale, ripetuta con celle più piccole per verificare la robustezza dei risultati. In ciascuna cella sono state stimate due forme di diversità. La diversità genetica viene misurata attraverso l’eccesso di omozigosi, un indicatore di isolamento o ridotto flusso genico tra comunità. La diversità strutturale linguistica invece si basa su 333 caratteristiche distribuite in 4257 lingue, selezionate per garantire indipendenza statistica reciproca e misurate con l’entropia di Shannon, lo stesso indice utilizzato negli studi sulla biodiversità. Questo approccio ha permesso confronti su scala globale tra regioni: da una parte il grado di variabilità genetica locale, dall’altra la molteplicità delle strutture linguistiche.
Il sorprendente risultato
I dati comprendono informazioni genomiche di oltre 5700 individui non imparentati appartenenti a 650 popolazioni diverse. Secondo la rivista che ha pubblicato la ricerca, l’analisi ha rivelato una correlazione significativa tra isolamento genetico locale e diversità strutturale linguistica. «La domanda era spiegare gli hotspot di diversità linguistica» spiega Barbieri. Regioni dove le comunità rimangono geneticamente distinte mostrano strutture linguistiche più variate. Questo suggerisce che il contatto prolungato tra gruppi umani, anziché aumentare la complessità linguistica, tende a uniformare i tratti strutturali fondamentali, mentre l’isolamento demografico favorisce la divergenza linguistica. Prima di trarre conclusioni definitive, i ricercatori hanno considerato fattori alternativi che avrebbero potuto produrre gli stessi effetti, rafforzando la credibilità dell’indagine.
