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lunedì 26 Ottobre 2026
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Spettacolo

Quando il biopic rinnega se stesso: la scelta radicale di Grant Gee

Un film sulla figura di Bill Evans che costruisce la grandezza attraverso l'assenza

🗂️Dall’archivio
Quando il biopic rinnega se stesso: la scelta radicale di Grant Gee
Foto di repertorio · Fredericknoronha · CC BY-SA 4.0 · Wikimedia Commons

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Il genere biografico cinematografico si muove tradizionalmente su binari consolidati: raccontare una vita eccezionale esaltandone i momenti di culmine, oppure concentrarsi su un episodio risolutivo che racchiuda l'intera parabola del personaggio. "Everybody Digs Bill Evans" si sottrae deliberatamente da entrambe le convenzioni, operando una scelta narrativa che inverte i presupposti comuni del biopic.

Una struttura che rifiuta la celebrazione

Il film di Grant Gee abbandona l’intento celebrativo per esplorare le fratture e i vuoti. Anziché narrare il percorso che ha reso Bill Evans una figura centrale della musica jazz, la pellicola si concentra su ciò che lo ha paralizzato: i mesi successivi alla morte del contrabbassista Scott LaFaro nel 1961, quando il pianista rimase impossibilitato a esercitare il proprio mestiere. Questa scelta strutturale trasforma il film in una riflessione sulla perdita e sul trauma, utilizzando la New York di quell’epoca come spazio dove l’animo smarrito del musicista trova corrispondenza nella metropoli stessa, rappresentata attraverso una fotografia in bianco e nero di carattere espressionista.

Frammentarietà come metodo narrativo

La pellicola non segue una cronologia lineare. Piuttosto, alterna con apparente discontinuità i mesi del 1961 a scorci dei decenni successivi, negli anni Settanta e Ottanta, creando una struttura che specchia l’essenza del jazz stesso: improvvisatoria, senza conclusioni predeterminate. Questo procedimento non è casuale. Il montaggio cadenzato contribuisce a sottolineare come le ferite di quel periodo non cessarono mai di sanguinare, come la depressione di Evans «contagiò le persone che gli erano più vicine», secondo quanto sostiene la rivista. La fotografia muta da espressionista a toni acidi quando proietta il racconto negli anni Settanta, ribadendo questo stato di putrefazione progressiva.

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L’irresolutezza come cifra stilistica

Ciò che emerge è un film che rifiuta di risolvere la figura del musicista in un’interpretazione univoca. Anders Danielsen Lie non offre un’esibizione dominante; la musica si sottrae dalla centralità, quasi eclissata da suoni registrati su vecchio vinile. Secondo la rivista, questi sono i veri contributi distintivi della regia: le ambizioni volutamente circoscritte del progetto, che privilegia la chiusura spaziale e l’interiorità psicologica rispetto alla ricostruzione grandiosa. Il film ottiene forza proprio dalla limitatezza consapevole delle sue scelte estetiche.

Il prezzo della coerenza formale

Questa fedeltà ai propri presupposti comporta però una limitazione: la pellicola non esprime pienamente il proprio potenziale perché rimane prigioniera delle proprie scelte formali. Come Evans stesso non riuscì a trascendere completamente il trauma, così il film rimane intrappolato nella propria struttura frammentaria, risultando convincente ma non definitivo.

Sintesi della redazione di Tribune Italia sulla base degli articoli indicati qui sotto. Per il testo completo rimandiamo alle fonti originali.

Fonti

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