Quando il capolavoro rivela i suoi segreti. La rinascita di un Mondrian attraverso lo studio scientifico
Oltre cinque anni di ricerca internazionale restituiscono profondità e originalità a un'opera decisiva del maestro olandese
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La Collezione Peggy Guggenheim di Venezia ha concluso un'indagine complessa su uno dei dipinti più significativi della sua raccolta, una Composizione realizzata da Piet Mondrian tra il 1938 e il 1940. L'intervento, reso possibile da un finanziatore privato, ha richiesto il coordinamento di numerosi esperti e istituzioni internazionali per risolvere problemi conservativi accumulatisi nel tempo.
L’eredità di un restauro contestato
Il progetto prende avvio da una considerazione essenziale: l’opera aveva subito nel 1968 a New York un intervento conservativo che, secondo gli studiosi coinvolti nel progetto, ne aveva alterato l’equilibrio percettivo. Durante quella operazione il dipinto era stato pulito, verniciato, rintelato su un supporto a nido d’ape e dotato di una nuova cornice. Secondo la rivista, questi interventi avevano compromesso quella sottile tensione tra elementi opachi e lucidi che Mondrian aveva sapientemente costruito nella sua visione compositiva dello spazio.
Il ruolo delle linee nere nel gioco ottico
Le indagini hanno rivelato come l’artista olandese concepisse le sue celebri linee nere non come semplici contorni, ma come veri e propri elementi pittorici costruiti attraverso molteplici strati di materiale sovrapposto. Tornando diverse volte sulla tela, Mondrian perfezionava proporzioni e rapporti tra le parti. La scoperta cruciale riguarda la loro finitura: mentre le aree bianche e colorate mantengono un carattere opaco e materioso, le linee dovevano essere lucide per «attivare otticamente lo spazio del dipinto», secondo quanto testimoniato dagli scritti dell’artista. La pulitura realizzata mediante sistemi gelificati innovativi ha finalmente ripristinato questo dialogo, restituendo al quadro la profondità e la lettura originaria.
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Una ricerca senza confini
Guidato da Luciano Pensabene Buemi, il progetto ha mobilizzato competenze provenienti da istituzioni prestigiose internazionali e dai laboratori CNR, combinando analisi scientifiche non invasive, ricerca d’archivio e indagini tecnico-artistiche. Particolarmente rilevante è stato lo studio comparativo con più di venti dipinti tardivi dello stesso Mondrian conservati nel Centre Pompidou, al MoMA, alla Tate Modern e altrove. Questi confronti hanno permesso di comprendere meglio le tecniche esecutive, le scelte di finitura superficiale e le pratiche incorniciatura che caratterizzavano la ricerca dell’artista nella fase londinese e americana.
La cornice come elemento compositivo
Un aspetto misconosciuto affrontato dalla ricerca riguarda il sistema di incorniciatura ideato dallo stesso Mondrian a partire dalla fine degli anni Trenta. L’artista adottava sottocornici arretrate e nastri telati dipinti con l’intento di sfumare il confine tra l’opera, la parete e lo spazio circostante. La cornice ottocentesca applicata nel 1968 è stata rimossa e sostituita con una ricostruzione filologica della sottocornice originale, realizzata in collaborazione con l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, trasformando così anche il rapporto dell’opera con l’ambiente.
