Quando il cinema diventa testimonianza di conflitto. La storia dietro The Sea di Carmeli-Pollak
Un film palestinese vince i premi israeliani e scatena una reazione politica che rivela le tensioni tra libertà artistica e controllo statale.
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Nel 2025, un film sulla resilienza di un bambino palestinese ha conquistato i principali riconoscimenti cinematografici israeliani, provocando una crisi istituzionale. La vicenda di The Sea illustra come l'arte politica continua a rappresentare uno spazio di conflitto tra creatività e potere.
Una carriera costruita sulla resistenza
Shai Carmeli-Pollak giunge alla regia di The Sea dopo un percorso radicale nel documentarismo impegnato. Nel primo decennio degli anni Duemila, durante la Seconda Intifada, entra a far parte di Anarchists Against the Wall, un collettivo israeliano che pratica azioni dirette contro la costruzione della barriera in Cisgiordania. A differenza delle tradizionali forme di pacifismo, il gruppo coordina sabotaggi, blocchi e manifestazioni di massa, operando sempre sotto la guida dei comitati locali palestinesi. Nel 2006, Carmeli-Pollak documenta questa esperienza nel documentario Bil’in My Love, ricevendo successivamente insieme al collettivo la Medaglia Carl von Ossietzky per i diritti umani.
Il paradosso dei rifugiati
Due anni dopo il primo film, il regista affronta il tema della migrazione forzata in Refugees (2008), documentando le traversate nel deserto e i respingimenti ai confini. Secondo quanto dichiarato in un’intervista, Carmeli-Pollak sottolinea una contraddizione storica: uno Stato nato per proteggere un popolo perseguitato che finisce per rifiutare protezione ad altri profughi in fuga da oppressioni.
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Un film che attraversa confini invisibili
The Sea rappresenta un’evoluzione narrativa verso il cinema di finzione. La trama segue Khaled, un ragazzo palestinese di dodici anni che oltrepassa clandestinamente i checkpoint per raggiungere il mare. Finanziato con 598.600 dollari dalla Israel Film Foundation, il film vince cinque Ophir Awards 2025, i principali premi israeliani, incluso il titolo di Miglior Film. Secondo le normative dell’Academy, questo risultato designa automaticamente l’opera come rappresentante ufficiale di Israele nella categoria Miglior Film Internazionale agli Academy Awards.
Lo scontro con l’istituzione
La vittoria provoca una risposta immediata del Ministro della Cultura israeliano Miki Zohar, che annuncia il blocco totale dei finanziamenti pubblici alla cerimonia dei premi. L’accusa è quella di promuovere esclusivamente la prospettiva palestinese e di rappresentare le forze militari israeliane in modo «falso e diffamatorio». L’atto rappresenta un tentativo di punire direttamente l’Academy per la scelta effettuata.
Le parole di chi il conflitto lo vive
Sul palco degli Ophir Awards, Muhammad Gazawi, l’attore bambino premiato come miglior interprete, pronuncia una dichiarazione che incapsula il nucleo del dibattito: «Vorrei che tutti i bambini possano vivere e sognare senza guerre». La frase sintetizza l’aspirazione umanitaria che il film intende trasmettere.
