Quando il museo respira: la GAM torinese tra archivi attivi e riscoperte visive
Come una grande istituzione trasforma i depositi in spazi di dialogo contemporaneo
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La Galleria d'Arte Moderna di Torino ha scelto di riconfigurare il rapporto tra conservazione e fruizione, elevando i depositi da magazzini invisibili a territori espositivi. Sotto la regia di Chiara Bertola, il museo non celebra più soltanto ciò che possiede, ma lo interroga continuamente attraverso accostamenti inaspettati e letture rinnovate.
L’archivio come organismo vivo
Esiste una frattura culturale tra istituzioni che si limitano a custodire opere e quelle capaci di restituirle al dialogo critico. La strategia battezzata Quarta Risonanza non rappresenta una semplice mossa curatoriale, ma una rottura concettuale che scaraventa i criteri storici tradizionali. Lo spazio del Deposito Vivente diventa qui il fulcro: le opere rimangono sulle rastrelliere e nei mobiletti di conservazione, visibili però in una condizione sospesa tra archiviazione e allestimento. Questo gesto non è decorativo. Significa piuttosto sottrarle alla catalogazione polverosa per generare collisioni inedite con lo spettatore. Inoltre, una parete vetrata consente al pubblico di osservare direttamente i processi di restauro e conservazione: il museo rivela così i propri meccanismi nascosti, trasformando il dietro le quinte in superficie trasparente.
La carta come corpo temporale
La mostra “Un altro Novecento” riunisce oltre seicento opere grafiche—disegni, acquerelli, incisioni, bozzetti—che attraversano il ventesimo secolo dalle radici simboliste agli esperimenti finali del secolo. Questo corpaccio cartaceo costituisce una deviazione critica dalla narrativa ufficiale, perché la carta storicamente rimane il luogo del dubbio, della cancellazione, dell’informale, mentre tela e scultura hanno risposto a esigenze di ufficialità monumentale. In un presente dove l’immagine digitale domina, il ritorno alla carta assume valenza controcorrente: il gesto di disegnare o incidere conserva una temporalità e una corporeità che nessuno schermo può imitare davvero.
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Dall’esattezza microscopica all’energia molecolare
Nelle collezioni della GAM convergono acquisizioni da enti fondamentali, che permettono una selezione di straordinaria densità. Gli acquerelli di Giorgio Morandi sorprendono per precisione microscopica—negli spazi vuoti che pesano quanto gli oggetti. Diversamente, nei fogli di Tancredi l’inchiostro si frantuma in segni nevrotici; le geometrie di Giacomo Balla pulsano di dinamismo; le visioni di Max Ernst perturbano; Lucio Fontana radicalizza lo spazio. Una linea sotterranea unisce queste esperienze alla grafia aerata di Fausto Melotti e alla rarefazione gestuale di Sofu Teshigahara, trasformando la carta in soglia tra costruzione e cancellazione.
Il nodo tra memoria e ipocrisia
Il nucleo concettuale più intenso riguarda Lisetta Carmi. Quindici stampe della serie “Erotismo e autoritarismo a Staglieno” (1966-1976) entrano in collezione, messe deliberatamente in dialogo con quattro sculture tardo-ottocentesche. Carmi intercetta nel Cimitero Monumentale le contraddizioni visive della borghesia italiana: la rappresentazione erotica e sensuale delle figure angeliche simboliste, e contemporaneamente l’autorità severa e glaciale dei monumenti familiari. Secondo quanto sostiene l’articolo, la fotografa decodifica l’ipocrisia e il desiderio represso di una classe, attivando quella riflessione barthesiana sul legame indissolubile tra immagine fotografica e morte.
L’incompiuto come libertà
Giorgio Griffa, omaggiato per i novanta anni, espone cinque tele dove la trama rimane grezza, non tesa su telaio, vulnerabile. Il suo segno anonimo e ripetitivo è pura temporalità che si deposita, celebrando «l’incompiuto come spazio di libertà assoluta». Parimenti, Vincenzo Agnetti nel centenario sviluppa le proprie photo-graffie—pellicole esposte totalmente alla luce poi graffiate manualmente—su una frequenza più cerebrale e contratta, dove il gesto diviene speculazione concettuale.
