Quando l’immagine diventa insurrezione: il progetto di Scotini sulla memoria collettiva
Un archivio in movimento interroga le forme di resistenza contemporanea attraverso il cinema e il video d'autore
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La proliferazione di conflitti globali e forme autoritarie contemporanee ha spinto la ricerca artistica a interrogarsi sulle modalità di organizzazione alternativa e dissenso. Un progetto iniziato due decenni fa continua a evolversi come strumento critico per decifrare le tensioni del presente, presentandosi come dispositivo espositivo in costante trasformazione.
Dall’archivio statico al dispositivo dinamico
Avviato nel 2005 a Berlino, il progetto rivolto alla documentazione delle lotte collettive ha progressivamente abbandonato la funzione tradizionale di deposito conservativo. Secondo quanto presentato nella versione zurighese del 2026, il dispositivo opera invece secondo logiche di continua ridisposizione del materiale, riadattando il proprio contenuto alle specificità di ogni contesto geografico e istituzionale. I documenti filmici, oltre cinquanta, dialogano con opere dalle collezioni ospitanti, generando configurazioni sempre differenti. Questo approccio metodologico rifiuta l’idea di narrazione lineare, proponendo invece una lettura atlante delle contemporaneità.
Cinque capitoli di resistenza
La struttura espositiva si articola intorno a cinque aree tematiche: rivolte archivistiche, comunità insurgenti, disobbedienza di genere, ecologie radicali e attivismo diasporico. Ciascuna raccoglie materiali provenienti da geografie e temporalità distinte, creando relazioni inaspettate tra gesti e immagini di protesta. Dalla documentazione palestinese conservata in Giappone ai registri delle lotte operaie europee dagli anni Settanta, dai progetti di rigenerazione urbana a Boston alle resistenze comunitarie indiane contro lo sfruttamento estrattivo, l’archivio compone un mosaico di antagonismi plurali e forme organizzative alternative.
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Lo spazio della comunità temporanea
Un elemento distintivo della mostra è costituito dalle Shamiane, strutture-tenda sud asiatiche che trasformano lo spazio espositivo in padiglioni di sosta e attraversamento collettivo. Questi ambienti, generati attraverso installazioni denominate Canopy, funzionano come dispositivi di attivazione dello sguardo condiviso, ospitando al contempo seminari e incontri pubblici. L’ultimo di questi spazi si configura come meeting point aperto, trasformando il museo in luogo di produzione di confronto e ricerca, piuttosto che di mera fruizione passiva.
Dissenso come affermazione
Secondo la prospettiva dell’archivio, «disobbedire non è solamente negare, ma affermare una progettualità antagonista». La ricerca attraverso materiale visivo permette di rileggere le fratture della contemporaneità fornendo strumenti interpretativi fondati su pratiche storiche di resistenza e su linguaggi alternativi alle narrazioni dominanti. L’operazione critica si estende così oltre la mera raccolta documentale, trasformandosi in proposizione di metodologie diverse per pensare il conflitto e l’organizzazione collettiva nel presente.
