Radiografie dentali: quando la pratica supera la prova scientifica
Come uno screening diffuso su larga scala si regge più su tradizione che su evidenze solide
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Ogni anno nel mondo vengono eseguite circa un miliardo di radiografie dentali, eppure le basi scientifiche che le giustificano rimangono sorprendentemente fragili. Un'indagine pubblicata su Sensible Medicine mette in luce il contrasto tra la diffusione massiccia di questa pratica diagnostica e la scarsità di ricerche di qualità che ne attestino l'efficacia clinica reale, soprattutto nei pazienti a basso rischio.
La pervasività di un esame ormai automatico
Le radiografie dentali si sono radicate nella routine dello studio odontoiatrico fino a diventare quasi rituali. Vengono spesso proposte prima dell’esame clinico vero e proprio, e rifiutarle può risultare complicato: chi non accetta potrebbe trovarsi di fronte a richieste di liberatoria o persino all’interruzione del rapporto con il professionista. Negli Stati Uniti, nel 2016, le immagini radiologiche dentali hanno rappresentato il 46% di tutta la diagnostica per immagini nazionale. A livello globale, la proporzione è ancora più significativa: circa un terzo di tutti gli esami radiologici diagnostici mondiali sono radiografie dentali. Questa penetrazione così profonda nella pratica clinica contrasta nettamente con le domande rimaste senza risposta riguardanti la necessità effettiva di tali esami in categorie di pazienti a basso rischio di carie.
Le lacune nella ricerca clinica
La ricerca odontoiatrica ha concentrato prevalentemente gli sforzi su questioni tecniche o su rischi potenziali legati alle radiazioni ionizzanti, tralasciando però l’interrogativo centrale: quale impatto hanno questi esami sugli esiti di salute concretamente rilevanti, come infezioni o perdita dentaria? Una revisione sistematica Cochrane del 2021, che ha analizzato decine di studi e migliaia di superfici dentali, ha concluso che le evidenze disponibili sono di bassa certezza. Ancora più problematico, una ricerca condotta su bambini ha evidenziato come l’aggiunta della radiografia all’esame visivo-tattile producesse più danni che benefici, generando falsi positivi e sovradiagnosi. Una revisione del 2025 su effetti negativi non ha identificato studi di qualità sufficiente per trarre conclusioni definitive. In assenza di solidi dati sui risultati clinici, le linee guida si sono costruite principalmente sul parere degli esperti piuttosto che su fondamenti empirici robusti.
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Gli indirizzi differenti tra paesi
Le raccomandazioni ufficiali non sono uniformi. Le linee guida americane del 2012, non modificate nella revisione del 2024, suggeriscono radiografie bitewing ogni 2-3 anni negli adulti asintomatici. Nel Regno Unito le indicazioni sono simili, ma le linee guida europee per l’età pediatrica adottano cautele maggiori: niente screening radiografico prima dei 13 anni, intervalli di 3-5 anni fino ai 16 anni, e poi 5-10 anni successivamente, salvo fattori di rischio specifici. Questa diversità normativa testimonia l’assenza di un consensus internazionale basato su dati certi.
Contesto italiano e implicazioni
In Italia, due specialisti—Roberto Scavone, odontoiatra forense esperto in radioprotezione, e Mario Lendini, specializzato in endodonzia—hanno approfondito il tema alla luce della normativa nazionale. «L’appropriatezza diagnostica in endodonzia: quando e perché radiografare» rappresenta il contributo alla riflessione su un uso più consapevole e mirato della diagnostica per immagini. Il quadro internazionale suggerisce che il problema non riguarda soltanto gli Stati Uniti: l’Asia rappresenta il mercato in più rapida crescita, e ricercatori brasiliani hanno sollevato questioni critiche sulla sovradiagnosi e il sovratrattamento sistemico in odontoiatria.
