Una ricostruzione rivoluzionaria svela i segreti della scultura greca attraverso le copie romane e la maestria artigianale napoletana
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Nel 2026 il Parco archeologico di Pompei presenta una nuova ricostruzione del Canone di Policleto, l'opera più emblematica della scultura classica, che esiste solo attraverso le repliche romane. Questo progetto internazionale non solo ridisegna il nostro sguardo su uno dei vertici dell'arte antica, ma ridà vita anche a una tradizione produttiva che unisce l'archeologia alla manifattura contemporanea.
L’originalità greca del V secolo a.C. è andata perduta, come accade per molti capolavori dei grandi maestri dell’antichità. Eppure la loro memoria non si è estinta: le copie realizzate nell’epoca romana hanno conservato e diffuso le forme di quegli immortali modelli. È proprio da questa eredità che nasce il campo di studio dedicato all’analisi comparativa delle riproduzioni antiche, una disciplina che ha ricavato dai reperti stessi i suoi principi metodologici. Lo studioso Karl Friedrichs, nel corso dell’Ottocento, riconobbe nella statua marmorea scoperta nella Palestra Sannitica di Pompei l’opera più rappresentativa di Policleto, fornendo il fondamento scientifico per successive ricerche.
L’innovazione dei colori e degli attributi
Una ricostruzione realizzata tra il 1910 e il 1912 aveva già tentato di restituire il capolavoro greco attraverso la fusione in bronzo, ricorrendo alla medesima tecnica della cera persa utilizzata dall’artista originario. La versione presentata a Pompei si distingue per due scoperte decisive. In primo luogo, le indagini hanno confutato il tradizionale candore delle statue classiche: secondo la rivista, questi manufatti recavano policromia raffinata, «colori destinati a riprodurre fedelmente la natura». Il secondo elemento riguarda l’oggetto retto dalla mano del personaggio: non una lancia, bensì un giavellotto. Questa correzione iconografica mette in discussione la secolare identificazione dell’opera con il Doriforo (il “portatore di lancia”), suggerendo che Policleto abbia realizzato due sculture distinte, non una sola come la tradizione scolastica ha tramandato.
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Gli artigiani moderni e il sapere antico
Per assemblare la nuova versione sono stati scelti accuratamente i riferimenti visivi: il corpo proviene dalla statua marmorea pompeiana del 1793, la più integra tra le cinquanta copie romane note; la testa deriva invece da un busto bronzeo dalla villa dei Papiri di Ercolano. Il giavellotto è stato confezionato mediante una combinazione di materiali—legno, cuoio e metallo—fedele ai procedimenti antichi.
L’operazione ha comportato anche l’acquisizione della collezione della Fonderia Chiurazzi, un’officina storica napoletana sottratta al rischio di dispersione all’estero. Le fonderie partenopee contemporanee continuano a mantenere vive le tecniche di fusione in uso nell’antichità, creando una straordinaria continuità tra i maestri greci del V secolo a.C. e gli artigiani di oggi. Il progetto si trasforma così in un laboratorio di archeologia sperimentale, dove lo studio della produzione antica dialoga con la pratica manifatturiera vivente.
