Uno studio della Johns Hopkins dimostra che i primati sanno distinguere realtà e finzione, ridisegnando i confini dell’intelligenza
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Per generazioni abbiamo considerato l'immaginazione una capacità esclusivamente nostra. Eppure un bonobo straordinario ha sfidato questa certezza, rivelando che la capacità di concepire mondi alternativi non appartiene solo all'uomo. La ricerca scientifica deve oggi riconsiderare cosa significhi veramente essere intelligenti nel regno animale.
Un apprendista straordinario
Kanzi non era un bonobo come gli altri. Vissuto in istituti di ricerca e osservato fin dalla gioventù, aveva sviluppato capacità cognitive sorprendenti: utilizzava oltre trecento simboli per comunicare desideri e domande, combinandoli in modo creativo per esprimere concetti nuovi. Quando voleva dire che un castoro lo aveva spaventato, univa i simboli dell’acqua e del gorilla—quest’ultimo usato per indicare ciò che lo intimoriva. Non solo padroneggiava il linguaggio simbolico, ma aveva anche ideato una tecnica personale per scheggiare la selce e fabbricare strumenti. Per decenni, la sua sola esistenza ha costretto i ricercatori a ripensare profondamente la posizione dell’uomo nello spettro dell’intelligenza animale.
Quando la finzione diventa realtà mentale
Gli etologi iniziavano a porre domande inquietanti: perché giovani scimpanzé trasportavano bastoncini come fossero cuccioli? Cosa significava quando in cattività replicavano gesti compiuti con oggetti reali, ma questa volta nel vuoto? Per affrontare sistematicamente queste osservazioni, il team della Johns Hopkins ha condotto esperimenti innovativi. In uno di essi, un ricercatore ha simulato di versare succo in due bicchieri trasparenti vuoti, poi ha fatto finta di svuotarne uno. Quando chiesto dove fosse rimasto il liquido inesistente, Kanzi ha indicato correttamente il bicchiere “pieno” nel 68% dei casi, senza mostrare frustrazione per l’assenza di vera ricompensa.
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Distinguere l’apparenza dalla sostanza
Per verificare che Kanzi davvero discriminasse tra reale e immaginario, gli scienziati hanno modificato l’esperimento: un bicchiere conteneva succo vero, l’altro era vuoto ma il ricercatore fingeva di versarvi dentro. Quando gli fu chiesto di scegliere, Kanzi ha selezionato il bicchiere con il succo reale nel 77,8% dei test. Una terza prova, con acini d’uva immaginari, ha confermato il dato: il bonobo identificava correttamente la posizione dell’oggetto finto nel 68,9% dei casi. Come osserva Amalia Bastos, uno degli autori, «nella sua mente poteva concepire cose che non esistono» pur restando consapevole della loro irrealtà.
Il significato profondo di una capacità
Quello che gli scienziati chiamano “rappresentazioni secondarie” è fondamentale nella mente umana. Verso i due anni, i bambini imparano a gestire simultaneamente due modelli di realtà: la tangibilità della tazzina vuota e l’immaginario di un liquido da bere. Kanzi ha dimostrato la medesima abilità. Secondo gli autori della ricerca, questa capacità risale a un antenato comune condiviso tra uomini e primati circa 6-9 milioni di anni fa, non è un lusso cognitivo ma una funzione essenziale per pianificare, prevedere e valutare alternative. Vivere al di là del presente immediato diventa possibile solo attraverso questa porta mentale.
Una fine che segna l’epoca
Kanzi è scomparso nel marzo 2025 a 44 anni. Christopher Krupenye della Johns Hopkins sostiene che i suoi risultati rappresentano una delle scoperte più significative della psicologia comparata dall’epoca in cui Jane Goodall osservò gli scimpanzé costruire attrezzi. La ricerca ridefinisce il confine tra noi e loro, rivelando creature non più robotiche ma dotate di «menti belle e complesse, che meritano protezione e rispetto». La scomparsa coincide inoltre con un cambio di paradigma etico: dalle ricerche in cattività ci si orienta sempre più verso lo studio in habitat naturale.
