La strategia della delegittimazione: come si sovrappongono antisemitismo e critica politica
Dalla storia al presente, il ricorso all'accusa di odio verso gli ebrei per proteggere le istituzioni israeliane dalle contestazioni internazionali
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Quando un organo giudiziario internazionale muove accuse nei confronti di leader politici, la reazione può trasformarsi in una questione di principi più ampia. Nel caso recente che ha coinvolto personalità israeliane davanti alla Corte penale internazionale, il dibattito pubblico ha assunto contorni che mescolano diritto, storia e strumentalizzazione politica.
Il parallelo storico e la sua interpretazione
Comparando la propria condizione a quella di Alfred Dreyfus, l’ufficiale francese del diciannovesimo secolo accusato ingiustamente, si è sviluppata una narrazione secondo cui l’antisemitismo contemporaneo costituirebbe la vera ragione delle critiche mosse alle istituzioni pubbliche israeliane. Questa lettura storica presenta un’intenzione dichiarata: stabilire che le decisioni della giustizia internazionale rifletterebbero pregiudizi piuttosto che valutazioni obiettive. Tuttavia, osservatori di rilievo considerano tale parallelo una costruzione retorica orientata a fini politici, non una descrizione attendibile dei fatti.
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La struttura della Corte penale internazionale
Per comprendere il contesto giuridico è necessario distinguere due istituzioni con sede all’Aja: la Corte internazionale di giustizia, che risolve controversie tra Stati, e la Corte penale internazionale, che persegue crimini commessi da individui. Quest’ultima opera secondo lo Statuto di Roma, sottoscritto da 123 Paesi. Israele ha firmato il trattato ma non l’ha ratificato, mentre la Palestina ha accettato la competenza della Corte dal 2015. La procedibilità risulta legittima quando almeno uno degli Stati coinvolti è parte dell’accordo, condizione che si verifica in questo caso grazie proprio allo status palestinese.
L’inchiesta interna e le pressioni esterne
Il procuratore capo della Corte, in carica dal 2021, è stato destinatario di un’indagine interna per presunti abusi sessuali a partire da novembre 2024, secondo quanto riportato da agenzie di stampa internazionali. Simultaneamente, indagini giornalistiche del 2024 hanno documentato come Israele abbia condotto operazioni di intelligence mirate a sorvegliare, hackerare e esercitare pressione su membri dell’istituzione giudiziaria per depistare le indagini. Questo contesto complesso evidenzia come la Corte affronti il suo procedimento più delicato sottoposta a pressioni senza precedenti.
Dal 2003 alla strumentalizzazione contemporanea
Secondo fonti anonime che hanno operato nell’amministrazione israeliana, attorno al 2003 è stato avviato un programma sistematico per identificare le critiche alle politiche governamentali come manifestazioni di odio verso gli ebrei. Uno strumento promosso in quel periodo è stato il cosiddetto test delle “tre D”: riconoscere antisemitismo nella demonizzazione delle istituzioni, negli standard doppi applicati a Israele rispetto ad altri governi, e nella negazione del diritto israeliano all’esistenza. Chi ha partecipato a questo processo racconta che «quello che stavamo facendo non era orientato a combattere il reale antisemitismo, sempre più preoccupante, ma a proteggere l’immagine pubblica d’Israele».
L’estensione americana e la confusione concettuale
La prassi ha trovato terreno fertile negli Stati Uniti a partire dal 2004, quando organizzazioni pro-Israele hanno elaborato una teoria secondo cui l’odio verso lo Stato israeliano costituirebbe una nuova forma di antisemitismo. Come spiega uno studioso che ha investigato il fenomeno, questa operazione retorica ha cancellato la differenza tra antisionismo e antisemitismo. Di conseguenza, le rivendicazioni palestinesi, originariamente lotta contro l’occupazione territoriale, sono state ricategorizzate come «radicalismo islamico» e le contestazioni politiche trasformate in casi di intolleranza razziale verso gli ebrei.