Nel 1987, quattro cerimonie e una nazione divisa dal dolore celebrano l’artista siciliano
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La morte di un grande artista impone scelte difficili: quale rituale scegliere, dove celebrarlo, chi deve pronunciare le parole conclusive. Nel gennaio 1987, quando si spense Renato Guttuso, l'Italia affrontò queste domande attraverso un tributo complesso, fatto di liturgie diverse e spazi simbolicamente carichi.
Una morte che divide gli spazi
Lo Stato e la società civile non potevano trovare una sede unica per dire addio a Guttuso. A Roma, il Pantheon ospitò la celebrazione laica con personalità di rilievo come Alberto Moravia e Alessandro Natta, mentre la chiesa di Santa Maria sopra la Minerva accolse il rito cattolico presieduto dal cardinale Fiorenzo Angelini. Bagheria, il paese natale che l’artista non aveva mai smesso di portare con sé, reclamò la propria parte di lutto: nuovamente una chiesa madre, nuovamente una folla in piazza, nuovamente discorsi nel sacrato. Tre luoghi, tre linguaggi religiosi e civili che non cercavano di annullarsi, ma di coesistere.
La politica e il silenzio
Alle spalle di questi funerali si stendeva la Guerra fredda italiana. I comunisti del “pugno chiuso” e la bandiera rossa trovavano spazio a Roma accanto a rappresentanti cattolici e leader di ogni partito. A Bagheria, tuttavia, uno dei discorsi commemorativi peccò di «tono eccessivamente politicizzato», trasformando l’ultimo addio in tribuna partitica. Il contrasto mise in evidenza come il lutto collettivo potesse facilmente diventare arena di dispute ideologiche, specie quando un artista come Guttuso aveva mescolato così profondamente l’impegno civile alla creazione.
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Una doppia dimora nel ricordo
La singolarità dell’onore riservato a Guttuso si manifestò nella fisica del suo sepolcro. La tomba di famiglia al cimitero rappresentava la tradizione privata; il mausoleo progettato da Giacomo Manzù all’interno di Villa Cattolica incarnava il riconoscimento pubblico. Questo dualismo non era casuale: Guttuso meritava di abitare due luoghi contemporaneamente, come se la morte non potesse contenere pienamente una figura così radicata sia nel nazionale che nel locale.
Le radici che non muoiono
In ogni discorso echeggiava il medesimo tema: l’amore indissolubile per Bagheria. L’artista stesso aveva scritto che tutto ciò che comprendeva di sé — «la costanza, la capacità di lavoro, la fantasia» — proveniva da quella terra. I funerali non furono tanto ceremonie conclusive, bensì conferme di un legame che nessuna morte avrebbe potuto spezzare.