Quando i giornali esibivano il crimine. La memoria visuale di una stampa senza pudore
Un'indagine negli archivi del quotidiano milanese La Notte rivela come il racconto del delitto ha subito una trasformazione radicale in pochi decenni.
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Nel corso del secondo dopoguerra, la cronaca nera rappresentava il cuore pulsante della stampa quotidiana, alimentando una fame di dettagli che oggi risulterebbe impensabile. Un recente volume dedicato agli archivi fotografici del quotidiano La Notte permette di osservare da vicino questa frattura nel modo di intendere l'informazione e il rispetto verso le vittime.
Le regole cambiano, la curiosità rimane
Esiste una contraddizione evidente nel comportamento contemporaneo dei lettori: da un lato rivendicano protezione della privacy, dall’altro divorano avidamente i resoconti dei crimini nelle pagine dei quotidiani. Questa tensione non è nuova, ma si è manifestata con intensità diversa nel corso del tempo. Fino a qualche decennio addietro, i giornalisti competevano apertamente per soddisfare l’interesse morboso del pubblico intorno ai fatti di sangue, ben consapevoli che simili contenuti moltiplicavano le copie vendute. Il confine tra informazione responsabile e spettacolarizzazione era allora assai meno definito.
La Notte: il modello della cronaca aggressiva
La Notte debuttò nelle edicole milanesi nel 1952 e proseguì fino al 1995, pubblicando tre edizioni quotidiane. Sebbene il giornale si distinguesse per una variegata offerta informativa – dalle quotazioni di borsa ai programmi cinematografici – la sua fortuna dipendeva principalmente dalla trattazione della cronaca nera. Per garantire ai lettori fotografie esclusive e immediati aggiornamenti sulle indagini, la redazione costituì un team interno di fotografi anziché affidarsi alle agenzie. Questi operatori agirono secondo direttive ferree: «quando usciva un cronista sul fatto era sempre accompagnato da un fotografo» ricorda Maurizio Donelli, cronista della testata negli anni Ottanta. L’assenza di immagini significava il fallimento della missione giornalistica.
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Lo sguardo rubato e la messa in scena del delitto
I fotoreporter della Notte svilupparono tecniche sofisticate per catturare scene che dovevano apparire fortuite. Si nascondevano tra i curiosi, si introducevano furtivamente nei luoghi dei crimini, si posizionavano alle spalle degli inquirenti intenti a raccogliere prove. L’obiettivo era immortalare il corpo della vittima con il massimo di crudezza: lo sguardo sbarrato, i dettagli del sangue, l’arma utilizzata, i volti stravolti dei testimoni, perfino i sorrisi compiaciuti dei presunti autori mentre venivano condotti in manette. Era una vera e propria competizione visiva tra testate rivali, con fotografie scattate per sembrare rubate ma in realtà frutto di una strategia editoriale deliberata.
Uno spaccato di quarant’anni attraverso le immagini
Nel 2019 è stato pubblicato un volume corposo che raccoglie le fotografie degli archivi di La Notte, conservate presso i fondi bibliotecari dell’Università di Milano. I curatori hanno visionato circa tredicimila fotogrammi e selezionato trecento immagini, accompagnate dalle riproduzioni delle pagine originali del quotidiano. Il libro restituisce, attraverso titoli di articoli memorabili e pubblicità dell’epoca, uno spaccato della società italiana dal dopoguerra agli anni Ottanta – il contesto stesso che avrebbe ispirato le cronache di Giorgio Scerbanenco. I negativi e le prove di stampa vengono presentati con meticolosa catalogazione, trasformati in oggetti di studio storico al pari di reperti archeologici.
Il mutamento delle convenzioni sociali e tecniche
Nel giro di poco più di trent’anni, le pratiche giornalistiche hanno subìto una trasformazione profonda. Oggi il rispetto nei confronti della vittima e la riservatezza sulla scena del crimine prevalgono sulla ricerca della massima esposizione visiva. I notiziari e i quotidiani ricorrono a interviste specialistiche, ricostruzioni grafiche tridimensionali e analisi psicologiche per descrivere i fatti, rinunciando a mostrare direttamente il corpo e i dettagli più violenti. Questa evoluzione riflette non solo il moltiplicarsi dei media concorrenti, bensì un mutamento autentico nelle convenzioni sociali e nelle normative che disciplinano la professione giornalistica.