Quando la fotografia diventa rituale: il collodio umido come ricerca di autenticità
La scelta di Alberto Aliverti di tornare ai procedimenti fotografici antichi non è nostalgia, ma ricerca consapevole di profondità espressiva.
Pubblicità
La pratica fotografica contemporanea si divide tra due direzioni apparentemente opposte: l'accelerazione digitale e il ritorno a tecniche quasi obsolete. Alberto Aliverti rappresenta questa tensione creativa, utilizzando il collodio umido non come artificio estetico, ma come mezzo per instaurare un dialogo più autentico tra fotografo, soggetto e immagine.
L’eredità tecnica e l’apprendimento dall’assistenza
La formazione di Aliverti si costruisce su due pilastri complementari. Da una parte, lo studio teorico presso istituti specializzati fornisce il linguaggio visivo; dall’altra, l’esperienza pratica accanto a un fotografo professionista completa quella che nessuna scuola potrebbe insegnare. Le attrezzature della famiglia — dalla Leica alle Rolleiflex — e i primi esperimenti con la Polaroid rappresentano il laboratorio dove si sviluppa la sensibilità verso l’immagine. Nel corso del tempo, questa curiosità iniziale si affina attraverso l’osservazione di maestri diversi, da figure storiche come Stieglitz e Carroll fino a autori contemporanei come Roversi e Mann, creando un substrato consapevole di riferimenti piuttosto che un’imitazione ingenua.
Dalla pellicola al grande formato: una scelta consapevole
Il passaggio dal digitale al collodio umido non rappresenta un rifiuto della tecnologia, bensì una ricerca di equilibrio espressivo. Dopo anni trascorsi «al computer», Aliverti avverte l’esigenza di una pratica più fisica e consapevole. La tecnica dell’ambrotipo — il procedimento fotografico che combina l’uso di sali d’argento, collodio e supporti in vetro o alluminio — si rivela affascinante non per il risultato estetico alone, ma per la dimensione psicologica che genera. Lo scatto non è istantaneo: richiede preparazione, tempi di sviluppo, l’umidità controllata della lastra durante tutto il processo.
Pubblicità
Il significato della lentezza rituale
Quella che Aliverti definisce «la liturgia dello scatto» trasforma il procedimento tecnico in un atto meditativo. Il tempo dilatato, i preparativi, la laboriosità necessaria costituiscono una frattura consapevole con le abitudini contemporanee. Questo non è arcaismo, ma uno strappo temporale intenzionale che modifica l’atteggiamento di chi fotografa e di chi viene fotografato, generando «un grado di autenticità alternativo». La fotografia diventa così un’indagine introspettiva dove l’immagine non cattura il presente, ma lo rimanda a una memoria trasfigurata, creando un dialogo tra l’oggi del soggetto e l’eco di un passato visivo.
Il senso dell’inevitabile impermanenza
Il proposito dichiarato di Aliverti — trasmettere «l’inevitabile oblio nell’ingenuo tentativo di bloccarne un istante» — rivela il paradosso profondo della fotografia: preservare ciò che comunque sfugge. Nessuna tecnica, per quanto lenta o complessa, ferma veramente il tempo. Piuttosto, il collodio umido consente di rallentar lo sguardo sul finire, di abitare consapevolmente quello spazio liminal dove l’immagine viene al mondo mentre la lastra si asciuga, portando con sé la traccia della precarietà stessa.